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2000-2001

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Ecco alcuni consigli di lettura del 2000 e del 2001:



 

 

Dai Sijie, Balzac e la piccola sarta cinese

traduzione di Ena Marchi. Adelphi, Milano 2001, pp. 176,


Si può raccontare il passato prossimo - soprattutto quando è stato il tempo dell’orrore collettivo - con leggerezza, ironia, come una favola lieve? Dalla Cina arriva un buon esempio di narrazione di quel tempo, lontano ma non troppo, che ha prodotto ferite e guarigioni, prigionie e fughe. Quel tempo che tutti possiamo ricordare, volendo.

In verità, Dai Sijie ha trovato un’altra lingua per raccontare gli anni del suo passato prossimo, quelli delle purghe maoiste: il francese, appunto, buona mediazione per schermare memoria e sguardo, prima di ripercorrere una storia, altamente autobiografica, che ha nel Grande Timoniere della Rivoluzione il suo carceriere e nella letteratura europea, l’istanza di libertà. Da molti anni in Francia, dove questo primo romanzo in pochi mesi ha venduto oltre 200.000 copie, Dai Sijie, è riuscito ad approdarvi per dedicarsi alla sua vera passione: il cinema. Ma in gioventù, nei primi anni Settanta, ha vissuto la coercitiva esperienza di campi di lavoro che avrebbero dovuto rieducarlo. Vi era stato confinato avendo come unica colpa quello di essere figlio di medici, cioè di “schifosi scienziati”. La storia -  molto visiva e musicata dai ritmi di certa tradizione favolistica, ma senza che trilli nessun lezioso campanello - si svolge tutta in un villaggio delle montagne, a due giorni e mezzo di cammino dal primo indizio di civiltà.

Insieme all’io narrante, c’è Luo, l’amico del cuore, reo di analoga colpa, cioè figlio di dentisti. Insieme conosceranno e corteggeranno la piccola sarta cinese, una coetanea che si concederà all’amico, ma solo dopo che questo le avrà raccontato tutti i film che ha visto e soprattutto dopo che i ragazzi avranno rubato una valigia piena di proibitissimi romanzi occidentali, morbosamente custodita da un altro di loro, Quattrocchi, sospetto di voler diventare addirittura un intellettuale. Da quel momento, dalla lettura di Balzac e poi di Melville, Gogol, Flaubert, Dumas, deflagrano la vita, la passione, l’amore, la conoscenza. Come se i libri aiutassero davvero a esistere. Naturalmente, una volta emancipata dalla letteratura, la piccola sarta se ne andrà, sola, verso una grande città. Ma intanto, senza nessun piagnisteo o rancore rivendicativo, Dai Sijie ha raccontato quanto può essere idiota il totalitarismo. É davvero vitale la letteratura.

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Jane Austen

Mordecai Richler, La versione di Barney

traduzione di Matteo Codignola. Adelphi, Milano 2000, pp.490, 

 

Buone notizie dalla narrativa straniera. E’ uscito da Adelphi un romanzo travolgente che sfodera ironia, sarcasmo, scetticismo, cinismo, alcune toccanti note sentimentali e una particolare spregiudicatezza stilistica: una scrittura tutta digressioni ed eclettismo che in realtà è una visione del mondo fondata sulla buona probabilità che la vita sia un inaudito non-sense.
Ne è autore lo scrittore canadese Mordecai Richler, la cui identità ebraica sta già tutta nel nome. La versione di Barney è quella che l’io narrante dà della propria esistenza scombinata,  dissipata, un po’ estrema ma anche un po’ conformista, assolutamente egocentrica insomma. Il suo dipanarsi nel tempo è Barney medesimo a raccontare, con il tono di chi è di fronte all’ennesimo whisky, in risposta all’autobiografia di uno dei suoi più acerrimi nemici.

Il filo degli accadimenti, ingarbugliato come le vite di molti, si snoda dalla gioventù alla vecchiaia, dal vigore delle forze fino ai primi sintomi di un morbo di Alzheimer che può essere interpretato come metafora della farragine intellettuale, in questo caso  particolarmente eloquente, tragico e grottesco insieme. E fra le tappe più eclatanti di questa esistenza, fra le smaglianti seduzioni europee e le angustie dei provincialismi canadesi, possiamo imbatterci in una gioventù parigina tumultuosa e, ovviamente, bohemiènne - quando Barney voleva fare l’americano a Parigi in vesti di scrittore -, in una carriera nel mondo delle sit-com televisive, in tre matrimoni tutti rigorosamente falliti, nel suicidio quasi grottesco della prima moglie che, per caso altrettanto bizzarro,  diventa famosa post-mortem, in tre figli la cui presenza è quasi occasionale, e, al centro, come uno spartiacque più surreale che tragico, in un’altra morte, quella del suo più caro amico, che sparisce nel lago, nel bosco o chissà dove, subito dopo che Barney l’ha sorpreso a letto con la sua seconda moglie, una petulantissima, insopportabile ebrea piccolo-borghese dalla quale lui stesso stava fuggendo.

E’ questo lo “scandalo” della sua vita, è di questa morte che viene incolpato, forse ingiustamente. Non lo sapremo mai perché la sua versione delle cose a un certo punto comincia a sconnettersi, insieme al suo cervello. Ma forse non è questo il vero motivo. Il fatto è che non c’è spiegazione a ciò che accade, suggerisce l’autore con il ghigno di chi se ne frega di tutto, anche di se stesso. E così il nostro cinico e fragile eroe finisce in solitudine, nella condizione di ogni essere umano si direbbe, se volessimo prenderlo sul serio. In realtà è lo stato in cui l’ha lasciato la terza moglie, una donna solare e splendida che dopo aver accudito i figli e quel marito bambino, a quasi sessant’anni se ne va. Per colpa di un tradimento qualsiasi. Le pagine in cui quell’amore declina sono bellissime, vere e ineluttabili come gli amori che finiscono. E’ proprio uno dei loro tre figli a ritrovare il brogliaccio in cui Barney ha provato a dare la sua versione; è lui a chiosare, appuntare, chiarire, a mettere ordine là dove è davvero impossibile. Ma i figli non possono correggere le vite dei padri. Forse, ovunque esso sia, Barney sta ridendo anche di lui.

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Jane Austen

W. Somerset Maugham, La diva Julia,

traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, Milano 2000, pp.275


Nel 1937, quando esce “La diva Julia”, Somerset Maugham è uno scrittore già ampiamente affermato. E un drammaturgo di successo. I primi applausi a teatro erano arrivati nel 1907, con “Lady Frederick”. Poi, nel 1915, aveva pubblicato “Schiavo d’amore”, romanzo dickensiano tutto orfani, collegi, bassifondi, ragazze sedotte e abbandonate; e quattro anni dopo “La luna e sei soldi”, storia di una catarsi che, in controluce, raccontava quella di Paul Gaugin, fra rovelli artistici e intolleranza nei confronti dell’ordinata società inglese. Narrativa e teatro: sono questi i due passi che hanno scandito la lunga vita di Maugham, morto a Cap Ferrat nel 1965, dopo un’esistenza brillante e complessa che in gioventù l’aveva visto diventare avvocato, rimanere orfano, abbandonare la Francia e iscriversi alla scuola di medicina del S.Thomas Hospital di Londra. Poi, l’ennesimo cambio di marcia. Aveva intrapreso la carriera artistica, e aveva girato il mondo, soggiornando a lungo negli Stati Uniti, ma tornando sempre al sole della costa Azzurra.

La diva Julia” è un romanzo straordinario, semplicemente. E coniuga, dunque, i due mondi che Maugham ha frequentato artisticamente. Tuttavia, stavolta non c’è nessuna ripulsa delle convenzioni. Anzi, qui la convenzione per eccellenza, la recita, l’adozione di una maschera, viene assunta e raccontata dall’interno. Julia Lambert è “la più grande attrice inglese” e Maugham la osserva cogliendola al bilancio dei quarant’anni, quando la maturità fornisce sicurezze ma insieme regala le prime screziature del tempo agli angoli degli occhi. E insinua una domanda: “Che cosa ho fatto fin qui?” La grande Julia non lo sa - per lei ne ha cognizione lo scrittore con “tenera indulgenza” - , ma ha sempre recitato. A teatro e nella vita. Fingendo, sempre. Innamorata dell’amore, ha sposato un uomo bellissimo, un attor giovane modesto che con il tempo, e il buon senso, si è fatto impresario. Ha coltivato con sapienza soave la venerazione di un raffinato spasimante. Ha fatto un figlio perché era un delizioso obbligo. Ha sollecitato con impercettibile seduttività le attenzioni mondane di una ricca mecenate, innamorata di lei. Si è fatta lei stessa seduttiva amante di un ragazzo che potrebbe avere la forza di minare le sue incoscienti certezze. E ha sedotto il suo pubblico, ha conquistato le platee di Londra. Per i suoi primi quarant’anni ha camminato sull’orlo del bovarismo, senza che nessuna tragedia si verificasse, tranne quelle intepretate a teatro. Anzi, quella finzione le ha dato la fama. Evitata con cura ogni caduta nello psicologismo, il romanzo ha piuttosto la levità ironica, indulgente ma all’occasione anche feroce, della commedia brillante.

I personaggi sono splendidi, centrati al millimetro, il mondo del teatro, fatto di istinti e professionalità, di narcisismi e rigore, di ingenuità e ambizioni, è raccontato con la sapienza di chi sa molto bene, anche per via letteraria, che la naturalezza non esiste. In letteratura, ma spesso anche nella vita, è un effetto che si ottiene con molto esercizio. Di finzione. Basta saperlo e giocarci un po’. Con ironia, con leggerezza. Le armi migliori per affrontare l’impegnativo agone nel quale scendiamo ogni giorno, sollevando le coperte e alzandoci dal letto.


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