W. Somerset Maugham, La diva Julia, traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, Milano 2000, pp.275 Nel 1937, quando esce “La diva Julia”, Somerset Maugham è uno scrittore già ampiamente affermato. E un drammaturgo di successo. I primi applausi a teatro erano arrivati nel 1907, con “Lady Frederick”. Poi, nel 1915, aveva pubblicato “Schiavo d’amore”, romanzo dickensiano tutto orfani, collegi, bassifondi, ragazze sedotte e abbandonate; e quattro anni dopo “La luna e sei soldi”, storia di una catarsi che, in controluce, raccontava quella di Paul Gaugin, fra rovelli artistici e intolleranza nei confronti dell’ordinata società inglese. Narrativa e teatro: sono questi i due passi che hanno scandito la lunga vita di Maugham, morto a Cap Ferrat nel 1965, dopo un’esistenza brillante e complessa che in gioventù l’aveva visto diventare avvocato, rimanere orfano, abbandonare la Francia e iscriversi alla scuola di medicina del S.Thomas Hospital di Londra. Poi, l’ennesimo cambio di marcia. Aveva intrapreso la carriera artistica, e aveva girato il mondo, soggiornando a lungo negli Stati Uniti, ma tornando sempre al sole della costa Azzurra.
“La diva Julia” è un romanzo straordinario, semplicemente. E coniuga, dunque, i due mondi che Maugham ha frequentato artisticamente. Tuttavia, stavolta non c’è nessuna ripulsa delle convenzioni. Anzi, qui la convenzione per eccellenza, la recita, l’adozione di una maschera, viene assunta e raccontata dall’interno. Julia Lambert è “la più grande attrice inglese” e Maugham la osserva cogliendola al bilancio dei quarant’anni, quando la maturità fornisce sicurezze ma insieme regala le prime screziature del tempo agli angoli degli occhi. E insinua una domanda: “Che cosa ho fatto fin qui?” La grande Julia non lo sa - per lei ne ha cognizione lo scrittore con “tenera indulgenza” - , ma ha sempre recitato. A teatro e nella vita. Fingendo, sempre. Innamorata dell’amore, ha sposato un uomo bellissimo, un attor giovane modesto che con il tempo, e il buon senso, si è fatto impresario. Ha coltivato con sapienza soave la venerazione di un raffinato spasimante. Ha fatto un figlio perché era un delizioso obbligo. Ha sollecitato con impercettibile seduttività le attenzioni mondane di una ricca mecenate, innamorata di lei. Si è fatta lei stessa seduttiva amante di un ragazzo che potrebbe avere la forza di minare le sue incoscienti certezze. E ha sedotto il suo pubblico, ha conquistato le platee di Londra. Per i suoi primi quarant’anni ha camminato sull’orlo del bovarismo, senza che nessuna tragedia si verificasse, tranne quelle intepretate a teatro. Anzi, quella finzione le ha dato la fama. Evitata con cura ogni caduta nello psicologismo, il romanzo ha piuttosto la levità ironica, indulgente ma all’occasione anche feroce, della commedia brillante.
I personaggi sono splendidi, centrati al millimetro, il mondo del teatro, fatto di istinti e professionalità, di narcisismi e rigore, di ingenuità e ambizioni, è raccontato con la sapienza di chi sa molto bene, anche per via letteraria, che la naturalezza non esiste. In letteratura, ma spesso anche nella vita, è un effetto che si ottiene con molto esercizio. Di finzione. Basta saperlo e giocarci un po’. Con ironia, con leggerezza. Le armi migliori per affrontare l’impegnativo agone nel quale scendiamo ogni giorno, sollevando le coperte e alzandoci dal letto.
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