Le buone letture del 2004-2005:
Irène Némirovsky, Il ballo, del 10/07/05
Angela Bianchini, Alessandra e Lucrezia - Destini femminili nella Firenze del Quattrocento, del 08/05/05
Iris Murdoch, Sotto la rete, del 20/03/05
Muriel Spark, Invidia, del 05/12/04

Jane Austen
Angela Bianchini, “Alessandra e Lucrezia” – Destini femminili nella Firenze del Quattrocento Cominciamo dalla fine, e andiamo a ritroso, per caldeggiare la lettura di questo nuovo bel libro di Angela Bianchini. Cominciamo dalla posa della prima pietra di un palazzo fiorentino, il 6 agosto 1489. E’ il segno di una pacificazione insieme alla quale, tuttavia, si approssima anche la fine di un mondo: Filippo Strozzi, finalmente riconciliato con i Medici (e con Lorenzo in particolare) che lo hanno tenuto in esilio per molti decenni, si accinge a erigere la sua maestosa dimora in città, in puro stile quattrocentesco, imponente e insieme perfetta nelle proporzioni. Sarebbe stata contenta sua madre, Alessandra Macinghi Strozzi. Da precoce vedova di un’ottima famiglia fiorentina, che però si era mostrata avversa al potere del vecchio Cosimo, ha passato la vita a tenere i contatti con i tre figli esuli, sparsi fra Napoli e la Spagna. Donna di virtù muliebri, forte come una roccia ma non priva di sagacia e di acuto sguardo sulla Signoria, Alessandra si è occupata delle economie di casa, ha cercato più volte di far rientrare i suoi ragazzi, ha valutato le eventuali spose, si è disperata se non contraevano alcun matrimonio, minimizzando sulla prole illegittima come voleva il costume, e ha scritto loro lunghe, dettagliate lettere che sono una delle prime testimonianze di scrittura femminile, domestica, sentimentale e mercantile. Inutile dire che insieme a quelle epistole si apre un affascinante mondo, già scoperto peraltro molti anni fa da Vittore Branca, pionieristico studioso della letteratura di mercanti e banchieri fiorentini. A quella data di fine secolo, dunque, Alessandra Macinghi Strozzi è morta da quasi vent’anni e per poco tempo si è goduta il rientro di Filippo in una città che come nessun’altra negli ultimi decenni ha onorato le bellezze e le intelligenze muliebri, cantandole in versi, in dipinti, in sculture. Poco importa che Lucrezia Donati o Simonetta Vespucci (la Venere botticellana) fossero amanti di Lorenzo o Giuliano de’ Medici; la loro bellezza (piena e fiorente, ma anche caduca quanto la giovinezza o il potere) incarnava un ideale estetico per quegli uomini che nei poeti, nei pittori, nei filosofi, negli architetti che li circondavano individuavano un valore aggiunto (quello culturale) al loro dominio. La madre di Lorenzo, Lucrezia Tornabuoni, è l’altra protagonista di questa documentatissima ricostruzione. Più colta – abile verseggiatrice -, più mondana, più intraprendente di Alessandra nella gestione degli affari privati e pubblici (spesso le politiche matrimoniali coniugavano i due livelli, e lei se ne fece parte diligente trovando una moglie degna per il figlio in Clarice Orsini, di famiglia romana guerriera, ma già ben guardata dalla Curia), Lucrezia fu decisiva per il ritorno degli Strozzi a Firenze; là dove la madre li stava aspettando da sempre, ligia alla lezione di morigeratezza, forza ed equilibrio impartita da Leon Battista Alberti (anch’egli figlio naturale) con i quattro Libri della famiglia, dialoghi costruiti a edificazione e gloria dell’istituto familiare, dove le ragioni degli affetti si sposano con quelle di mercature e masserizie, come si conveniva a quella nuova, potente borghesia. Erano stati scritti fra il 1432 e il ’34. Alessandra era sposata da dieci anni e, già in esilio a Pesaro, stava per perdere il marito e ben tre figli per colpa della peste. Rientrata in città non l’avrebbe più lasciata. E, nonostante il profilarsi di tante effervescenze culturali e mondane, non avrebbe perso alcuna virtù.
P. Ackroyd, Londra – Biografia di una città, traduzione di Luca Cafiero, Frassinelli, Milano 2004, pagg. 692, euro 29.
Se il lettore avesse voglia di distrarsi dall’appassionante dibattito sulle vicende matrimoniali della monarchia inglese, consiglieremmo un libro di sicura godibilità nel quale è Londra, con la sua ricca storia, la primadonna. Non una guida turistica ma il romanzo biografico di un luogo, una geografia narrata in cui il fiume, i parchi, i mercati, le carceri, i tribunali, le chiese, i pub, valgono quanto le persone che li hanno frequentati nei secoli. E’ scritto da Peter Ackryod, eccellente biografo dei sommi Dickens e Wilde, quindi conoscitore profondo delle diverse “anime” che in quella città s’intrecciano e convivono; il popolo e l’aristocrazia, il cambiamento e la conservazione, l’eccentricità e il conformismo. E’ davvero appassionante questo genere letterario di “confine”, fra la ricostruzione storico-antropologica e la narrazione (un modello al quale scrittori e saggisti italiani dovrebbero guardare con più attenzione) che prende avvio, ovviamente, dalle origini preistoriche, e paludose, di Londinium, senza tralasciare quelle leggendarie che la vogliono fondata da un bisnipote di Enea nel segno di novella Troia. Fin dai primi insediamenti emerge il carattere guerriero dei britannici, uomini e donne; prima fra tutte quella regina Boadicea (arcaica antesignana di tante signore dall’attitudine pugnace), che nel 60 d.C. mise a ferro e fuoco la cittadella per vendicarsi di chi aveva tentato di vendere come schiavi donne e bambini degli iceni, popolazione locale che lei voleva proteggere dai romani, installatisi con Cesare, sempre più intenzionati a trasformare un campo militare in un centro di rifornimento. E di lì a poco di commercio. Guerre, denaro, affari, brokers, sono nel DNA di una popolazione che ha subito incursioni (interne ed esterne) e devastazioni (umane e naturali, basti pensare al rapporto della città con la peste, segno di una pervicace scarsa attenzione all’igiene, o con il fuoco e gli incendi), ma che ogni volta ricostruisce la città, impavida. A Londra, aggressività e competitività, scrive Ackoryd, si sposano a un altro elemento connaturato: quello dell’esibizione, del mostrarsi di opere, gesta e personaggi. Tutto è rappresentabile, come in un grande e permanente teatro in cui gli individui si fanno riconoscere, singolarmente; da cui, forse, l’origine di tante stravaganze che vi si concentrano, ieri e oggi. Gli esempi si sprecano: quello di un famoso taccagno ottocentesco che sul letto di morte chiese indietro i propri denari al chirurgo che non lo aveva curato; o quello di un noto medico che “girava per il West End su un pony sui cui fianchi aveva dipinto delle macchie” e che a casa sua, in Mount Street, “teneva la prima moglie, imbalsamata nel soggiorno” (ovvio, anche il noir è nel patrimonio genetico dei londinesi); per arrivare alla più recente “signora nel furgone” di Alan Bennet, la barbona proditoriamente insediatasi nel suo giardino. Tutti individui, gente comune e non, che vive in una città a suo modo mostruosa e affascinante, brulicante di folla indifferente, di bevitori rissosi e compassati snob, di incalliti delinquenti e sadici carcerieri, ricchissima, derelitta, come a metà Settecento l’ha incisa nelle sue stampe William Hogart, il vero nume tutelare di questo bel libro. E a lui, e alla sua “commedia umana”, che Ackroyd ricorre più spesso come al narratore che forse meglio di ogni altro ha raccontato (con realismo e insieme deformandoli, rappresentandoli e irridendoli) gli abitanti di una città senza centro e senza limiti, estrema, ma anche tollerante, cosmopolita da sempre, imperiale e laica. Spaventosa e seducente come la protagonista di un grande romanzo europeo.
Iris Murdoch, Sotto la rete, traduzione di Argia Micchettoni, Rizzoli, Milano 2005, pagg. 321, euro 17. A proposito di esordi importanti, argomento trattato con clamore un tantino sopra le righe in questo periodo, ci preme segnalare, più serenamente, quello di Iris Murdoch, Sotto la rete, risalente al 1954. Un signor esordio, nel quale si riconoscono tematiche e stilemi che nei romanzi successivi verranno ripresi e rivisitati (magari irrobustiti con più palese e graffiante sarcasmo), ma che vengono subito trattati con mano ferma: come quello, per esempio, dei rapporti intrecciati all’interno di una comunità di amici, uno dei topoi più forti della scrittrice inglese, quasi una sorta di ossessione che infatti abbiamo già incontrato sia ne Il mare, il mare (romanzo che sfiora il capolavoro) sia ne La campana, recentemente pubblicati da Rizzoli. Del resto, anche la sua biografia segnala quanta pervicace attenzione la Murdoch profondesse nel coltivare le tante e diverse amicizie, come ricorda John Bayley, il marito, in Elegia per Iris, memoria dedicata alla loro vita insieme e scritta nei lunghi mesi in cui la Murdoch restò isolata da tutti (tragico paradosso della vita) per colpa di quella malattia autistica che è l’Alzheimer. Anche in questo primo lavoro, dunque, l’oggetto della sua analisi narrativa sono le relazioni fra uomini e donne (un quartetto aperto a eventuali altri) attraversate da tensioni, ambivalenze, incomprensioni: un vero e proprio valzer di addii, ritrovamenti e incontri mancati, alcuni perfino comici, metafora della difficoltà, e spesso dell’isteria, dello stop and go che distingue i legami fra i sessi. Ora come allora. Al centro dell’intreccio, privilegiando il suo punto di vista, è un giovane intellettuale londinese piuttosto marginale, un traduttore di libri di successo altrui, che concorre con la pigrizia alla propria condizione di piccolo parassita, (o di profondo contemplatore dell’esistenza?), la cui precarietà rischia di precipitare il giorno in cui la fidanzata, stanca della sua inettitudine, lo mette alla porta. Dove andare, oltre che al pub? Londra gli fibrilla intorno e lui prende a percorrerla senza sosta, dalla prima periferia di Chiswick al cuore della City, novello picaro dai pensieri inconcludenti, o forse addirittura ladro dei pensieri altrui. Meglio tornare alla ricerca di amori non vissuti, di amicizie malamente consumate, di entusiasmi politici ingenui e un po’ deliranti; procedendo sempre, narratore e personaggio, sul crinale ambiguo che separa la verità dalla menzogna. Non a caso compare ben presto, semanticamente significativo, un polveroso teatro di Hammersmith dove si è rintanata una donna che forse una volta lo ha amato. E’ proprio quello il luogo in cui si consuma più apertamente la finzione, dove uomini e donne si mascherano, la realtà si altera. Com’è evidente le linee di ricerca della Murdoch, filosofa che si è formata su Sartre e drammaturga in fieri, sono già segnate. Intanto il suo personaggio combatte con i propri fantasmi, ansimando, sia pur sempre un po’ pigramente, dietro alle donne, al denaro, alle amicizie, e affrontando così gli eterni temi della letteratura. Fra un illusione e l’altra è capace di spingersi fino a Parigi, arrivandovi in un 14 luglio che si trasforma, da giornata simbolo della libertà, nell’emblema del corto circuito fra folla e individuo, abbandonato alla sua solitudine e alle rifrazioni dei suoi desideri irrealizzabili. E qui la scrittrice si produce in un capitolo semplicemente magistrale: inseguendo fra i tumultuosi cittadini in festa il suo amore perduto, il nostro eroe compie l’ennesimo atto mancato, il segno ulteriore di un precario rapporto con la realtà. Impossibile tornare indietro nel tempo, come proveranno a fare anche molti altri personaggi della Murdoch nei romanzi a venire, raccontandosi delle bugie, mistificando, consegnandosi alla menzogna: premere il pulsante re-wind è solo un esercizio della mente destinato alla sconfitta. E’ il tempo che passa a dire la verità.
Libri per imparare a scrivere
| |
Jane Austen | |
Muriel Spark, Invidia, traduzione di Enrico Terrinoni, Adelphi, Milano 2004, pagg. 126, euro 13,50
| |
Jane Austen
| |
Marta Boneschi, Quel che il cuore sapeva – Giulia Beccaria, i Verri, i Manzoni, | |
Jane Austen | |
Alan Bennett, Signore e signori, | |
Jane Austen | |
Anthony Trollope, Le torri di Barchester,
traduzione di Rosella Cazzullo, Sellerio, Palermo 2004, pagg. 680, euro 15.
Prosegue l’opera meritoria di Sellerio nel riproporre i romanzi di Anthony Trollope, scrittore vittoriano godibilissimo, realistico e satirico insieme, attento ai meccanismi sociali e a quelli che governano le relazioni fra gli uomini: l’ultima uscita, Le torri di Barchester, è di ponderosa mole (bella la traduzione, fastidiosi i refusi sparpagliati nel testo – a pag. 337 se ne contano ben due, troppi! - ), ma di lettura trascinante e a tratti perfino entusiasmante. E’ bene leggerlo: benché apparentemente “esotico”, continua a parlare a noi posteri.
Ma prima di dedicarci al romanzo ambientato nella contea immaginaria del Barset, conviene spendere qualche parola su quest’autore che riuscì a scandalizzare il suo pubblico con una autobiografia postuma nella quale, con il medesimo atteggiamento analitico e impietoso rintracciabile nei romanzi - con “impavida sincerità” avverte Tomasi di Lampedusa nelle sue magnifiche lezioni di letteratura inglese -, Trollope rivendicava la sistematicità metodica, quotidiana, indefessa, del proprio lavoro: “venti pagine al giorno, né una di più né una di meno e per di più nelle ore di ufficio! Lo scandalo fu grande” perché “la gente aveva ancora in mente l’immagine dell’artista ideale che scrive sotto l’ispirazione”, chiosa, divertito e illuminista, l’autore del Gattopardo.
Già, niente romanticismi, né eroi o eroine fra i personaggi di Trollope, né cime tempestose; piuttosto i giardini e le strade acciottolate di una provincia qualsiasi a sud di Londra, verso la costa, le case dei vescovi e dei possidenti, le serate passate a conversare, le colazioni all’aperto e i primi treni che portano ogni tanto verso la capitale, ma solo per ragioni mondane, per la saison. Anche in treno scriveva Trollope, girando il mondo in lungo e in largo, America compresa, per siglare accordi sul sistema postale del quale era alto dirigente, più attento a quello che vedeva che agli affari da concludere. Ma mentre tutto cambia, a metà Ottocento, mentre da lontano arrivano gli echi dell’Impero che si fa potenza, la dolce Inghilterra che lui racconta è ancora quella dei proprietari terrieri e del suo potente clero. Niente drammi, dunque, perché, come scrisse G.K. Chesterton (l’inventore di padre Brown, per intenderci), “una delle caratteristiche essenziali dello spirito dell’età vittoriana fu la tendenza a sostituire una certa serietà, più o meno soddisfatta, agli estremi della tragedia e della commedia”.
Nel caso di Trollope per “serietà” si intenda puntiglio e rigore nell’osservazione, comprese quelle distanze ironiche verso un mondo che, a Barchester, nella sua cittadina immaginaria, ancora non esprime le violenze sociali della nuova metropoli londinese ma dove ugualmente si sviluppano trame, intrighi, piccole e grandi congiure che coinvolgono una coralità di personaggi nitidamente disegnati, non tipologie sommariamente abbozzate, quali alcuni vescovi e aspiranti tali, le loro mogli impiccione e dispotiche, parvenus e contesse, femmes fatales che vogliono conquistare il controllo sociale, ma che ormai sono solo una ridicola, umana troppo umana rivisitazione di Lady Macbeth, sciancate come la vita che hanno condotto, e giovani ambiziosi che sono pronti a tutto pur di fare carriera, a tutto, ad alleanze, tradimenti, riconciliazioni, strategiche perdite di battaglie, pur di vincere la loro guerra personale.
E’ un bellissimo romanzo sui meccanismi del potere quello di Trollepe, e si apre con una scena che a noi potrebbe dire qualcosa: il vescovo di Barchester sta morendo e il figlio, l’Arcidiacono Grantly, ambisce alla successione, ma sta anche cambiando il governo centrale, da conservatore a liberale. Poche ore di agonia paterna bastano a mettere in forse la sua carica; poche ore e tutto sfuma, grazie anche all’intervento dell’autorevole giornale “Jupiter” che per primo fa il nome di un avversario, il reverendo Proudie. Vista acutissima, quella di Trollope sul potere, più meno occulto, dei nuovi mezzi di comunicazione, capaci di gestire le fortune o i rovesci degli individui, soprattutto alla vigilia di un cambio governativo. Suggerisce nulla, tale scenario, per il futuro prossimo venturo?
Inizio pagina

Jane Austen
Gaia de Beaumont, Tra breve io ti scorderò mio caro,
Marsilio, Venezia 2004, pagg 132, euro 12.
Un giretto in libreria, l’occhio che cade su un titolo accattivante - Tra breve io ti scorderò, mio caro -, alla Dorothy Parker, un’autrice, Gaia de Beaumont che della Parker è già stata la gustosa biografa (con Scusate le ceneri nel 1993) e che è una garanzia di scrittura intelligente e ironica. E, quasi per caso, la scoperta di una poetessa che è stata anche un personaggio, Edna St. Vincent Millay. Poco nota in Italia - ma tradotta dall’editore dei poeti maggiori, Crocetti – fu una di quegli artisti che negli anni Venti popolarono la brillante tribù del Greenwich Village. Vi sbarcò abbandonando la brughiera del Maine – ma portando con sé un corredo sentimentale degno di Cime tempestose, la cui intensità tenne sempre a bada con l’assunzione della forma chiusa e classica –, in nome di una vocazione alla poesia che si era manifestata fin dall’adolescenza e che venne subito riconosciuta dalla critica. New York, a poco a poco, ne fece emergere il lato più anticonformista, seduttivo e nevrotico, un impasto ideale per chi voglia scrivere, anche se non garantisce la qualità. Ma la stoffa di Edna c’era. Se ne accorsero gli editori, e se ne accorse subito anche l’allora giovane Edmond Wilson che se ne innamorò senza speranze, ma che a ogni incontro fuggiva spaventato, turbato da tanta intensità, fatta di coquetterie e feroce egocentrismo. Uomini o donne, nessuno aveva scampo di fronte alla sua femminilità vitale che, tuttavia, ciclicamente ripiegava dall’irrequietezza alla depressione. Psicologia in sintonia con i tempi impastati di euforia e tonfi economici.
Per fuggire agli alti e bassi, la poetessa intraprende il secondo viaggio tipico degli artisti americani – il primo era quello che portava dalla provincia alla capitale – e si trasferisce in Europa, a Parigi. Ma Edna, un po’ selvaggia un po’ snob oltre ogni modo, estrema sempre, si guarda bene dal frequentare il salotto di Gertrude Stein. Preferisce gironzolare fra gallerie, abitare in lussuosi alberghi quando può, conoscere scultori e pittori. O stare da sola, come al solito un tantino infastidita dalle convenzioni mondane, anche se sono molto chic. Da sempre ha pensato con sospetto al matrimonio, ma all’alba dei trent’anni sembra quasi spaventarsi delle proprie diffidenze – probabilmente dipendenti dal divorzio dei suoi genitori - e sposa una sorta di ricchissimo angelo custode che si occuperà di lei fino alla vecchiaia, portandola a vivere a Steepletop, nel silenzio della campagna e nella simbiosi con lui che pur predicava, e praticava, la coppia aperta. Come lei, del resto.
Durante il processo di Sacco e Vanzetti manifesta un guizzo di impegno sociale, con tanto di dimostrazione e carica della polizia che sequestra lei e l’amica Dorothy Parker. Poi, piano piano il declino, lo sfacelo fisico, l’alcol senza controllo, la solitudine quasi assoluta, salvo uno straziante e patetico amore per un giovane poeta che la venera e insieme ne è atterrito. Oggi di lei restano i versi d’amore, sarcastici e lirici, una piccola casa nel cuore del Village, di fronte a una lavanderia e un ristorante brasiliano, con tanto di targhetta perché vi scrisse i testi che vinsero il Pulitzer per la poesia nel 1922. E’ un cubo di dimensioni minuscole, è larga 9 metri e dopo Edna vi abitarono Cary Grant, John Barrymore e Margaret Mead; ed è vicino al Village Vanguard, storico locale jazz dove si esibiscono alcune vecchie glorie degli anni Cinquanta. Simpatici, taglienti, stanchi, straordinari professionisti del sassofono e della vita, consapevoli per primi che quel mondo è finito.
Inizio pagina

Jane Austen
La sua fama non ha subito scosse, nel tempo: W. Somerset Maugham è sempre stato considerato un “narratore di efficace mestiere”, dove quell’aggettivo è proiettabile sia sulla fattura del testo, sia sui suoi fruitori, vale a dire sulla forte risposta di pubblico che lo scrittore ha avuto per più di mezzo secolo. Uomo longevo e artista molto produttivo, fra romanzi, racconti e pièce teatrali, Maugham è morto a novantuno anni nel 1965 e fin dalla gioventù è stato un autore di successo. Tali “caratteristiche” – l’eccellente artigianato e la fedeltà dei numerosi lettori mondiali - lo hanno collocato in quella rassicurante zona media che sta fra i “grandi” e i “minori” della letteratura moderna. E un po’ ci è stato inchiodato. Certo, non è Proust, ma dopo la lettura de “Lo scheletro nell’armadio” viene proprio il dubbio che quella sobria etichetta non gli renda tutti i meriti. L’interrogativo era già insorto godendo del brillante ritratto de “La diva Giulia”, il cui fascino consisteva nel recitare con invidiabile talento, e incoscienza, a teatro e nella vita. Onestà intellettuale voleva che subito ci interrogassimo sull’eventuale valore aggiunto del marchio Adelphi, l’editore che si è assunto la ristampa, e le nuove, belle traduzioni di molti titoli dell’autore inglese. No, “Lo scheletro nell’armadio” non gode di nessuna aura che lo prescinde, è proprio magnifico di suo. E di argomento non esattamente popolare, avendo come sfondo l’establishment della letteratura inglese degli anni Venti del Novecento, e come protagonisti, o comprimari, una serie di scrittori che vi appartenevano, alcuni salotti che lo sostenevano, una pattuglia di snob di piccolo calibro e di munifiche signore che ne incarnavano il traffico mondano. Osservatore disincantato e perplesso, ma non moralista, il narratore è una sorta di alter-ego di Maugham stesso.
Da giovane, timido studente di medicina, ha conosciuto uno scrittore che avendo avuto la fortuna di “superare gli ottanta” è diventato un grande vecchio della letteratura inglese. Come dire che basta aver la fortuna di non morire troppo presto e gli onori arrivano. La sua seconda moglie, una affettuosa infermiera, se ne è assunta la gestione della memoria e ha dato incarico a uno scrittore di media taglia - assai gustoso il suo ritratto di sublime mediocre - di scriverne la biografia, o edificante ritratto che dir si voglia. Il narratore lo ha conosciuto con la prima moglie, quindi può essere una buona fonte di notizie, che lui, peraltro, non ha nessuna voglia di dare essendo alieno ai pettegolezzi. E così, comincia a turbinare la smagliante girandola dei ricordi e dei temi, fra cui la bigotta piccola borghesia rurale inglese, la mondanità letteraria, una certa prevedibilità dei cantori dell’”arte per l’arte”. “La “bellezza è noiosa”, conclude laconicamente Maugham, liquidando i cultori del bello scrivere.
Sul tutto spicca, ineluttabilmente, con la forza della vita, Rosie, la prima moglie dello scrittore del quale si sta edificando l’altarino agiografico. La memoria induce il narratore a ripensarla nella sua fresca vitalità, nel suo amore per gli uomini, perfino nelle incoscienti volgarità, nei fraintendimenti dell’esistenza, negli errori, nelle curiosità autentiche, sfrondate di ogni birignao compiacente, seducente senza troppe malizie. Capace come pochi di raccontare le donne “naturali”, forti solo della loro femminilità, Maugham ce le fa benevolmente invidiare, e nello stesso tempo induce ad abbandonare gli artifici ostentati, a deridere con ironia sottile le allumeuses, mondane o letterarie esse siano, che resteranno a zampettare intorno all’establishement mentre quelle che davvero amano l’esistenza saranno anche capaci di scomparire. Naturalmente il sottotesto è: non vale tutto ciò anche per gli scrittori e la letteratura? Maugham non lo proclama nè lo rivendica, lo suggerisce e lo racconta, travestendolo con le splendide sottane svolazzanti di Rosie o con le pellicce di ermellino che gli regala un occasionale amante. Coraggio, nella vita ci vuole un po’ di coraggio, sennò si resta al palo o a scivolare sulla scala di un pollaio. Come nella letteratura.
Inizio pagina

Jane Austen
Luogo comune vuole che le famiglie siano luoghi “strani”, complicati e aggrovigliati, dove maggiori sono le croci e minori le delizie. E se invece fossero, anche, spazi relazionali in cui vige una semplice e inesorabile legge dei vasi comunicanti per cui ognuno dei componenti, nel bene e nel male, vale a dire occupando spazi più ampi o più angusti, prende il posto che l’altro non si è già ritagliato per sé? E’ l’impressione con la quale si riemerge dopo l’appassionante, demistificante lettura del libro di Jane Dunn, eccellente biografa di scuola anglosassone, dedicato al rapporto fra Virginia Woolf e sua sorella Vanessa Bell, entrambe nate da seconde nozze di genitori già vedovi e già possessori di prole. Non è irrilevante questa componente mortuaria nella quale si inseriscono le due ragazze Stephen perché rappresenta una sorta di refrain della loro esistenza, non solo affettiva. E perché proietta una luce piuttosto sinistra su quel gruppo di Bloomsbury, da loro fondato, gestito e controllato, che tanto ha sedotto, intellettualmente, le nostre gioventù, disseminate di miti e ideologie. “Oh, Bloomsbury…”, sospiravamo sull’altare dell’Ideale Irraggiungibile.
Ma torniamo alla famiglia Stephen. Il padre di Virginia e Vanessa incarna i valori dell’Inghilterra vittoriana, rigorosa e intellettuale, la madre quelli di un’aristocrazia vagamente artistica, dedita alla virtù dell’abnegazione - splendidi i ritratti che ne fa la Dunn: un mondo che aveva nel tè delle cinque il suo rito più intransigente e compiaciuto, un mondo chiuso, autoreferenziale, in cui la conversazione doveva essere la più convenzionale, superficiale e anonima possibile, altrimenti si era molto maleducati, insortables. Oscar Wilde aveva già infranto più di una regola, quando la famiglia Stephen comincia ad assottigliarsi a causa di lutti che lasciano le sorelle Virginia e Vanessa, morbosamente attaccate l’una all’altra, sempre più sole. Ma, attenzione, in balia delle effusioni proibite di due fratellastri. In pochi anni muoiono la madre, la sorella maggiore, il padre, un fratello bello come un dio greco che aveva già stretto legami importanti con i più brillanti cervelli di Cambridge, tutti rigorosamente maschi, come da tradizione collegiale nella quale l’omosessualità era prevista e compresa. Fin dall’infanzia, però, si erano profilate le differenze fra le due: quanto Vanessa, la maggiore, era solare, istintiva, carnale, tanto Virginia era cerebrale, raziocinante, argomentativa anche nella gestione degli affetti. La prima destinata alla pittura, dove per convenzione la testa serve meno, l’altra alla scrittura dove, si sa, le parole non si possono allineare a casaccio.
Rimaste sole e cambiato quartiere londinese, la reazione di Vanessa e Virginia esplode e produce una gerarchia di valori secondo la quale l’Arte è il nuovo Assoluto, il Sublime molto novecentesco, da informare vita e opere e da contrapporre alla convenzione “materialista” e bigotta che le circonda, dove la famiglia tradizionale è la prigione dalla quale evadere, l’intelligenza e l’anticonformismo i vessilli ideologici da issare, con eleganza e discrezione, alle finestre del 46 di Gordon Square. Nasce il gruppo di Bloomsbury, ma insieme comincia una danza di legami incrociati all’interno del clan, snobbissimo peraltro – la piccolo-borghese Katherine Mansfield, grande scrittrice e outsider, vi sarà ammessa poche volte e con molto sussiego -, per cui tutti vanno a letto con tutti, in un crescendo contraddittorio di libertà e spasmodico controllo, di esperienze multiple e sofferenze marasmatiche.
La più fragile di nervi, Virginia, sembra soccombere più volte, ma si rivela un rullo compressore sul piano artistico, l’unica a farcela davvero, confortata dall’asessuata presenza di Leonard Woolf; Vanessa, invece più vitale, sforna figli a tutto spiano, qualche quadro, qualche ceramica, qualche copertina per la Hogart Press, in una certa confusione fra arte e vita, ma finisce per immolarsi a un omosessuale della cerchia la cui esuberanza le succhia pian piano ogni creatività. Insomma, l’incesto sembra proprio il laccio in cui si dibattono i bloomsburyani. Un po’ come in “Beautiful”, se il paragone non suonasse troppo irriverente. Del resto, qualche dubbio su una certa mancanza di ossigeno nel gruppo c’era già venuto qualche anno fa, gironzolando fra le sale della Tate Gallery dove si esponevano le loro opere. E perfino la stampa inglese lo aveva espresso: “Non è che fossero dei grandi dilettanti, questi signori?” Bye-bye, miti della gioventù.

Jane Austen
traduzione di Maria Sepa, Rizzoli, Milano 2004, pagg. 376, euro 17,50.
Dopo “Il mare, il mare”, potente romanzo del 1978, la Rizzoli propone un secondo titolo di Iris Murdoch, “La campana”, lavoro giovanile della scrittrice inglese, il terzo per la precisione, pubblicato nel 1958. L’attacco è di sicura presa e consegna subito al lettore la cifra dei rapporti fra l’autrice e i suoi personaggi: “Dora Greenfield lasciò il marito perché aveva paura di lui. Sei mesi dopo decise di ritornare con lui per la stessa ragione.”
Saranno proprio l’ambivalenza, la contraddittorietà, le tensioni irrisolte di uomini e donne, l’oggetto privilegiato dell’analisi senza emozioni della Murdoch, autrice cerebrale e impietosa il cui sguardo trova nel distacco la caratteristica più saliente. Come se passasse sulla realtà la fredda lente di ingrandimento di un entomologo.
Dora Greenfieldè una ragazza della piccola borghesia londinese. Suo marito uno storico dell’arte discendente da una vecchia famiglia di banchieri tedeschi. In pratica, niente li accomuna, se non il desiderio di sposarsi per dare una posticcia sistemata alle proprie esistenze, essendo quella di lei un po’ scombicchierata e prevedendo quella di lui un matrimonio che, tuttavia, non disturbi i suoi studi. In poco tempo le differenze esplodono. Ma invece di dissolversi nell’ammissione dell’errore reciproco, il loro impossibile menage, talvolta perfino violento, viene trasferito nella campagna inglese, in una dimora addossata a un convento di monache benedettine, lì dov’è nata una piccola comunità laica ispirata a forti principi religiosi. Il luogo isolato, lontano dalla modernità, sembra essere un topos per la Murdoch, una ricorrenza simbolica, una sorta di laboratorio privilegiato dei suoi esperimenti letterari ed esistenziali: riapparirà anche trent’anni dopo, ne “Il mare, il mare”, in forma di vecchia casa vicina ai flutti minacciosi dell’oceano.
Quasi in omaggio a certa letteratura gotica (o proto-romantica) sul convento vicino a Imber Court grava una credenza popolare e, ovviamente, sinistra: vuole la leggenda che una monaca libertina sia stata inghiottita dal lago e con lei la preziosa campana del convento medesimo. Ma nessuno degli ospiti della comunità sembra ormai troppo scosso da quei brividi arcaici: sono ben altre le inquietudini che attraversano i personaggi, gli uomini soprattutto, rifugiatisi in quell’eremo alla ricerca di una pace interiore che forse nemmeno lì troveranno. Se c’è qualcosa di cui hanno paura non abita certo i fondali del lago ma piuttosto la loro intimità più profonda, le pulsioni, i desideri, i sentimenti. E’ l’omosessualità la zona più limacciosa, la fanghiglia che si smuove e a tratti riemerge prepotente, nonostante sia stata ben occultata nel tempo, nell’alcol, o sublimata nella tensione religiosa. Sia ben chiaro, nessun moralismo viene impugnato dalla Murdoch: è troppo lucida, troppo tesa alla conoscenza, troppo coinvolta dalla fenomenologia, per giudicare. E poi, i grandi scrittori non giudicano. Se si percepisce qualche ironia, che nella scrittrice è sempre sottile sarcasmo, questa è piuttosto rivolta alle ingenuità di chi crede con troppa leggerezza nella vita agreste e comunitaria.
Per il resto, l’attenzione è tutta dedicata ai personaggi che la Murdoch costruisce con maestria (peccato che l’italiano della traduzione sia troppo spesso gravato da un infittirsi fastidioso di avverbi) regalando al suo romanzo una smagliante coralità di protagonisti: la sventata Dora, il caparbio, sadico marito, un aspirante pastore dagli indomabili desideri omoerotici, un alcolizzato ai limiti del border line, una diafana fanciulla che sta per entrare nella clausura del convento ma viene vinta dai disturbi della sua personalità, un incantevole ragazzo che forte della sua gioventù scopre, turbato e gioioso, entrambi i sessi. Quanto alla campana, sarà oggetto di un finale grottesco, e molto teatrale, nel quale confluiranno tutti i personaggi. Poi ognuno andrà per la sua strada, con il fardello delle proprie irrisolte inquietudini. Il lieto fine, ormai, è impossibile.
