A Londra sulle tracce del bardo
Bill Bryson,
Il mondo è un teatro, traduzione di Stefano Bortolussi, Milano, Guanda, pagg. 246, € 15.
15/06/2008
Chiunque ami Londra e Shakespeare (decida ognuno l’ordine di preferenza…) non può assolutamente perdersi questo brillante libro di Bill Bryson, dedicato al bardo e al palcoscenico della sua fortuna con puntuale conoscenza di entrambi e con scrittura agile, spiritosa, capace di raccontare, divulgare e sedurre insieme. Partendo da un paradossale assunto (gli autografi dell’immenso Shakespeare si riducono a sei firme, alcune delle quali malferme e apposte sul proprio testamento), Bryson accetta la scommessa di seguire le tracce labili di un personaggio che quasi non ha lasciato testimonianze dirette della propria esistenza, facendo impazzire letteralmente alcuni studiosi (come l’americana finita in manicomio insieme alla convinzione che il vero autore fosse Bacone), e continuando, tutt’oggi, a far produrre ogni anno 4000 (diconsi 4000!) nuovi studi su teatro e sonetti. Dell’uomo, quello con baffetti e pizzetto, no-news.
Ecco che allora Bryson decide di girargli intorno, parlando di Stratford ai tempi di Shakeaspeare, cittadina di una qualche importanza vista la sua popolazione di duemila anime, o del padre John, artigiano guantaio, stimato al punto di ricoprire cariche pubbliche, compresa quella di alto balivo, addetto cioè ad approvare il pagamento dei tributi da parte delle compagnie teatrali di passaggio. Il figlio, verosimile spettatore, ne avrebbe tratto un qualche giovamento…
Ma è Londra, ovviamente, a risucchiare la narrazione dell’ameno e competente Bryson; quella città costantemente afflitta dalla peste, e da molte altre gabelle e torture, nonché da incessanti ondate di arrivi (in quel secolo elisabettiano sarebbe passata da 50 a 200mila abitanti circa), il cui fervore teatrale sarebbe stato emulato più di un secolo dopo solo dalla Venezia delle guerre al botteghino fra Goldoni, Gozzi e l’abate Chiari per strapparsi gli spettatori in quotidiane, stressanti gare e allestimenti scenici. Una Londra piccola in realtà (3 km da nord a sud e 5 da est a ovest), ma sempre più circondata da baraccopoli, promiscua, violenta, commerciale, importatrice di nuove mode come, ad esempio, quelle gorgiere inamidate che venivano dalla Francia, le piccadills, che avrebbero dato il nome a una casa e poi a un quartiere. Una città attraversata dalla folle attività del teatro, con 2000 spettatori al giorno, circa l’1 % della popolazione cittadina, e l’allestimento, per ogni compagnia, di almeno cinque lavori diversi a settimana. Niente sussidi governativi, per sbigliettare, e sopravvivere, bisognava scrivere nuove pièce, come nella mercantile Venezia, appunto. E intanto, il drammaturgo inurbato comprava terreni e rinnovava la lingua inglese, inserendo neologismi, frasi memorabili, ricchezze metaforiche, strabilianti immagini che producevano incantamento fra gli spettatori. E grande letteratura. Solo i puritani, nel 1642, riuscirono a tacitare tanta energia creativa, facendo chiudere i teatri. Ma Shakespeare era già da tempo sepolto. E forse di lassù, circondato dalle sue allegre comari, un po’ se la rideva dei puri di spirito.