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Buone letture

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Se la vita è un romanzo

Hilma Wolitzer, La figlia del dottore, traduzione di Elvira Grassi e Rossella Messineo, Nutrimenti 2008, pagg. 292, € 16.



12/10/2008

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Forse non è un caso che la protagonista si chiami miss Brill, proprio come quel tenero personaggio di Katherine Mansfield, la solitaria, patetica signorina di mezz’età che, sotto il cielo pastello della Costa Azzurra, amava “sedersi per un attimo nelle vite degli altri” e ascoltare frammenti delle loro storie. Anche la miss Brill dell’americana Hilma Wolitzer ha una consuetudine quotidiana all’ascolto, anzi, lo fa per mestiere; è, infatti, un’editor free-lance, legge dattiloscritti, li aggiusta, parla con gli autori e li indirizza verso il mercato editoriale. Anche lei è una donna sola, alle prese con le storie altrui, nonostante un matrimonio, alcuni figli ormai grandi, qualche amica e una famiglia di origine alle spalle la cui splendente felicità (altro tema della Mansfield, quello dell’illusorietà dell’armonia amorosa e familiare) preme sui suoi ricordi come un miraggio irraggiungibile. La madre era una brava poetessa, il padre uno stimato professionista, si amavano. Ma ora lui è ridotto nel nulla dall’Alzheimer, la malattia, a sinistra densità metaforica, che sgretola le parole e il loro senso.
Il suo mondo, insomma, è quello della creatività, tutta newyorkese, ma in semitono, lontana dal rutilante mondo dell’editoria, piuttosto compulsata su una panchina di Union Square. E lo è sempre stato: da giovane ha frequentato un corso di scrittura creativa e vi ha conosciuto il marito, la madre scriveva versi, anche lei voleva scrivere. Ormai, però, miss Brill pesta a vuoto nel mortaio delle pagine altrui, almeno fino al giorno in cui il romanzo in fieri di un giovane scrittore di provincia, ma anche la sua forza vitale, la scuote e la obbliga ad affrontare una crisi che late da tempo. A leggere meglio la sua vita. Così i ricordi infantili ora si affastellano, le immagini luminose della madre si corruscano insieme al premere dell’inquietudine. Forse solo la scrittura può lentamente spianarle, solo una narrazione può sciogliere i nodi. Ma il racconto del sé sfrangiato nel malessere non assomiglia alla psicanalisi? Miss Brill vuole sapere o raccontare? Ascoltare o dire?
Com’è evidente dalle tracce fin qui segnate, i temi di questo bel romanzo psicologico sono insidiosi e seducenti: la scrittura come una terapia, la materia autobiografica che si trasforma in romanzesco, il labile confine fra finzione e vissuto, il mestiere di editor (“il medico dei libri”) raccontato come qualsiasi altro, senza nessuno statuto speciale riservato al sublime artistico (trattamento nel quale gli scrittori anglosassoni sono maestri, forse per maggiore consuetudine pragmatica con la scrittura), il romanzo familiare che riserva sorprese amare, disvelamenti e rivelazioni, spesso quasi come un feuilleton, se trattato con distacco analitico. E se a questo articolato paradigma di senso si aggiunge una tonalità stilistica che sembra mormorare, ma è implacabile nella ricerca, ecco che ne esce un romanzo da cui imparare alcune verità sul rapporto fra vita e scrittura. Chiunque ambisca a scrivere di sé dovrebbe leggerlo.
Magari accoppiandolo alle lettura di “Atteggiamento sospetto” di Muriel Spark (ne ha parlato Elisabetta Rasy nelle scorse settimane su queste pagine), meno malinconico e più beffardo, dove la scrittrice inglese sostiene che ogni vita può essere un romanzo, ma solo se la riscrive un romanziere. Altrimenti è solo una vita. E non c’è editor che tenga.


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