Alexandre Jardin, Tutte le donne di mio padre, traduzione di Fabrizio Ascari, Bompiani 2008, pagg. 194, € 17.

Alexandre Jardin riesce solo per pochi secondi a restare serio. Ci prova, a dir la verità. Ascolta la domanda dell’intervistatore con l’aria di chi dice ‘devo concentrarmi, sto facendo una cosa seria’, ma di lì a qualche istante, sgrana gli occhioni e… ride. E’ l’incipit di, quasi, ogni sua risposta. Poi comincia a raccontare l’inaudito, il paradossale, l’eccentrico, lo stravagante, l’incredibile a dirsi che sembra essere, da sempre, la cifra della sua esistenza. Quella vera, quella biografica. Quella finita nel libro dedicato al padre, un racconto brillante, dalla seducente grazia stilistica ma, sottilmente, anche tragico; pure se strazio e dolore restano con discrezione sotto le righe, come si addice alle cose importanti e profonde. Tutte le donne di mio padre è un libro dalla scrittura davvero smagliante, si direbbe convenzionalmente, se non venissimo subito contagiati dal suo fou rire, da una risata un po’ folle. Della stessa follia che attraversa la vita, secondo Jardin.
Il romanzo (?) ha un attacco serio, grave, i toni bassi del lutto: “Il giorno in cui mio padre è morto, la realtà ha smesso di appassionarmi.” Ma in poche righe le note scalano a balzi il pentagramma ed entra in scena lui, il padre, lo Zubial, “il mio clown, Amleto, d’Artagnan, Topolino, il mio trapezista preferito”, un uomo che amava follemente la vita e il genere femminile. Un Don Giovanni ragazzino, seducente e giocoso. Non è un caso che di lì a poco l’io narrante racconti di aver visto, riunite in una chiesa parigina, almeno una trentina di signore che, tutte sodalmente schierate intorno alla legittima moglie, e a distanza di molti anni dalla sua dipartita, continuavano a piangere, e a rimpiangere, quell’uomo che le aveva fatte volare di gioia, passione e allegria. Ora il lettore si chiede se questa immagine non sia una citazione, palese, smaccata, maliziosa di un film di Truffaut del 1977, L’uomo che amava le donne – al funerale del cui protagonista convergevano altrettante non poche signore, spesso inquadrate, per ironica metonima, dalla prospettive delle gambe – o se si tratti della realtà biografica di Alexandre Jardin. La risposta è del tutto superflua. O forse la risposta starà proprio nella tematizzazione, nella poetica del rincorrersi e del sovrapporsi di vita e letteratura. Intanto chi legge è già stato sedotto da un personaggio che amerà e detesterà, per cui proverà fascinazione, rabbia, riprovazione e affetto, come succede con i protagonisti dei migliori romanzi.
Insieme a lui, e alla memoria sfrangiata di un figlio ancora incredulo, si sale sull’ottovolante di un’esistenza vissuta a cento all’ora, poco disposta a venire a patti con la quotidianità, i divieti, il buon senso. Non aveva i piedi per terra, lo Zubial. Lui ha sempre preferito il filo del rasoio o il beau geste, perfino autodistruttivo, perché no, per amore di rischio e d’avventura. Come quello di lasciare di proposito un assegno a molti zeri in una cabina telefonica, o vincere una inaudita somma al casinò di Deauville dove un giorno trascinò il figlio tredicenne e Manon, superba spogliarellista del Paradis Latin, che in quel momento amava di amore assoluto. Tutto era possibile, tutto si poteva fare, purché fosse libero, fuori dagli schemi.
Poco importa che ogni tanto si provi una pena infinita per quel figlio travolto, ma con suo inscalfibile incantamento, da tanta inesauribile, eccessiva vitalità paterna; poco importa che uno dei suoi fratelli non ce l’abbia fatta e si sia sparato un colpo di fucile in gola. Era inevitabile.
La generazione dai costumi liberi, fossero il sesso, l’immaginazione, il denaro, ha sparigliato in ruoli e funzioni, seminando nevrosi e ossessioni nei figli. Basterebbe pensare alla sconsiderata madre hippy che compare nelle Particelle elementari di Houellebecq, raccontata con livore e acrimonia. La stessa libertaria signora che, recentemente peraltro, ha dato del poveraccio represso al figlio, a dimostrazione che il bilancio dei loro conti è tuttora in rosso.
Il padre di Jardin ha avuto, invece, “l’eleganza” di morire giovane, lasciando in eredità uno sguardo sul mondo e, con questo, la possibilità letteraria di un mito iperbolico, eccentrico. Anche lo Zubial, del resto, aveva ascendenze stravaganti. La famiglia Jardin è sempre stata “particolare”: dal facoltoso nonno che finanziava con equanime cinismo i partiti della destra e della sinistra francese, alla magnifica nonna, convinta che fosse il sesso l’unico scopo di un’esistenza degna di questo nome, contraria al possesso di documenti (perché sapeva benissimo chi era) e al lavoro (perché impediva che il rapporto fra una donna e un uomo fosse un ininterrotto corteggiamento). Personaggi che Jardin ha più volte detto di aver limato e smussato per renderli credibili. Perché spesso la realtà è più inaudita della letteratura, più inverosimile.
