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L'inventore del gossip

Michel Herr, Mr Winchell, La voce dell’America, introduzione di Francesco Trento, traduzione di Laura Bussotti, Padova, Alet 2008, pagg. 188, € 17,50

10/05/2009

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Chi ha detto che il gossip è attività squisitamente femminile? Se mai qualcuno ancora lo pensasse, il romanzo-sceneggiatura di Michel Herr, una bella, tragica storia in bianco e nero, montata con la brillantezza di una commedia, riconosce ai signori uomini la primogenitura. In principio, dunque, fu Mr Winchell, la voce radiofonica grazie alla quale l’America cambiò lo sguardo sui propri idoli, soprattutto cinematografici. Ma con lui  fu anche il ritmo della comunicazione a mutare, innestando nel linguaggio comune euforia, velocità, slang e neologismi, in sintonia con i ruggenti anni di Hemingway e Fitzgerald. Scritto in forma di copione, dunque, è dedicato al giornalista che rese il pettegolezzo fenomeno di massa, rendendolo “democratico”, si direbbe con un filo di sarcasmo. Davanti a lui, comunque, tremavano sia New York sia Hollywood, tutti gli Stati Uniti insomma. Il temibile trio Louella Parson, Elsa Maxwell ed Hedda Hopper si sarebbe schierato davanti alle celebrities, facendo scivolare  i loro taccuini sotto le lenzuola, di lì a poco, pochissimo, non godendo della medesima, martellante cassa di risonanza: la radio, media potente capace di creare miti, parole d’ordine e schieramenti, finanche politici. Per tutte basterebbe pensare alle posizioni  antinaziste della prima ora che assunse Winchell, convincendo una riluttante opinione pubblica alla necessità di entrare in guerra. Certo, dopo quel conflitto sarebbe diventato maccartista, ma ormai la sua parabola aveva preso, ineluttabilmente, una volta discendente, sospinta verso la polvere e la più tetra solitudine, dalla televisione. Il mondo era cambiato e le telecamere avrebbero inquadrato, per poche trasmissioni di basso share, solo la maschera grottesca di un incattivito giornalista che non accettava di rientrare nell’anonimato, dopo aver fatto la gloria di tanti. E’ la modernità mediatica, bellezza, gli avrà detto senz’altro qualche buon amico. Andy Wharol, di lì a poco, avrebbe decretato che a tutti, proprio a tutti, sarebbe toccato un bel quarto d’ora di celebrità.

Ma questa è storia inimmaginabile per Mr Wichell, raccontato da una penna di tutt’altra natura, come quella di Michel Herr, magnifico cronista e narratore della guerra in Vietnam, autore di alcuni dialoghi di Apocalypse Now, nonché sceneggiatore di Full Metal Jacket, e buon amico di Stanley Kubrick, come segnala Francesco Trento nell’Introduzione, ottima quanto la traduzione  di Laura Bussotti. Herr, però, non amava essere una celebrità. Così, dopo l’ulteriore successo di un libro dedicato ad alcuni uomini ricchi e potenti d’America, si ritira nella più discreta Londra, anche a riflettere sugli splendori e le miserie di Mr Winchell.

Sugli anni in cui sempre più si viveva in pubblico e Winchell aveva fissato il suo quartier generale allo Stork Club, corrispettivo mondano della Tavola rotonda dell’Algonquin, l’albergo dove si era installata Dorothy Parker che, graffiante come pochi, produceva le seguenti perle: “La frase più bella di tutte le lingue è: "Si allega assegno..."; oppure: “Katherine Hepburn è capace di recitare tutta la gamma delle emozioni dalla A alla B”. Ma questi erano motti di spirito destinati a pochi. La massa, avida di gossip, nei propri piccoli appartamenti, con le orecchie attaccate alla radio, sarebbe stata saziata da Mr Winchell.


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