Quell’idea di Valentino
Da un carteggio inedito rispunta una pepata polemica a proposito della paternità del «Dizionario delle opere» tra l’editore e il giornalista Orio Vergani. E viene fuori una bella lezione di etica editoriale

Festoso compleanno, da oggi, in casa Bompiani. La casa editrice di Valentino, zio Val, lo chiamavano i numerosi nipoti Mauri, nacque proprio nell’autunno del ’29, in un piccolo appartamento di via Durini, nel cuore di Milano, dopo che il trentenne Bompiani si era fatto le ossa lavorando al fianco dell’amico Arnoldo, occupandosi della collana «Le scie» e dell’Almanacco Mondadori. Poi, l’arrivo di un nuovo amministratore delegato e una decisa ristrutturazione della casa editrice l’avevano portato altrove, alla Unitas. Ci sarebbe rimasto poco. Giusto il tempo di sottrarsi con sdegno alla pubblicazione della parodia dei Promessi sposi, firmata da Guido da Verona. Con il denaro della liquidazione, e con quello di altri soci finanziatori, fondò il proprio marchio. E si mise a caccia di autori, talvolta entrando anche in rotta di collisione con Arnoldo, senza per questo che amicizia e stima ne uscissero compromesse. Se succedeva qualche incidente, se un autore era tentato di passare da una scuderia all’altra, se uno dei due provava a sedurlo, si scrivevano, protestavano con garbo, magari per un po’ raffreddavano i rapporti, ma alla fine vinceva il rispetto e l’affetto per l’altro. Molti anni dopo al capezzale del morente Arnoldo Mondadori ci sarebbe stato Valentino Bompiani.
Consultando gli archivi della casa editrice, in fase di utile inventario presso la Fondazione «Corriere della Sera», sono infinite, e molto appassionanti, le lettere fra Bompiani e i suoi autori. Chi scrive questo pezzo ha avuto l’occasione di immergersi per qualche tempo fra quelle carte: bisognava arrivare al compleanno Bompiani con Panta – Fedeli e infedeli (pagg. 406, € 25,00), curato insieme a Mario Fortunato,dedicando una sezione della rivista proprio alle delicate, talvolta controverse, ma quasi sempre buone relazioni fra l’editore e i suoi scrittori. Si sono scelti, dunque, tre epistolari, finora inediti.
Quello con Massimo Bontempelli vede Bompiani conquistare con molta determinazione l’autore affermato. E’ il gennaio del 1930 e Bontempelli ha già un proprio posto al sole della letteratura italiana. In ballo c’è un romanzo, Vita di Adria e dei suoi due figli, e Valentino lo vuole pubblicare a tutti i costi. Autore ed editore discutono di titoli, di peculiarità dei personaggi, di interventi da apportare al testo, ma anche di anticipi e royalties. Di cultura e di denaro.
Di lì a qualche anno, attraverso Bontempelli arriverà in casa editrice un’esordiente che con il tempo diventerà assai illustre: una scugnizza selvatica, solitaria e di gran talento, Anna Maria Ortese. Con Bompiani pubblicherà solo il primo libro, Angelici dolori (1937), ma non interromperà quasi mai i rapporti, complice, oltre alla stima reciproca, il suo ricorrente bisogno di soldi. Le loro lettere dicono anche che Bompiani, con coraggio oggi inconsueto, gli rifiutò un libro perché non ne era convinto. Non vedeva la sua crescita come autrice. Lei, a distanza di qualche anno gli inviò un testo teatrale, ancora inedito, al quale seguì l’ennesimo racconto della propria indigenza economica. E Valentino provvide subito, generoso, con l’invio di un consistente assegno. Riconoscendo la sua forza letteraria, nonostante i non pochi incidenti intercorsi.
Il terzo epistolario consente di ricostruire (come si evince dai frammenti di lettere che pubblichiamo qui sotto) una sorta di dramma che scoppiò fra Bompiani, Guido Piovene e, soprattutto Orio Vergani, bravissimo e potente giornalista del «Corriere», fondatore del premio Bagutta, oltre che consulente di Garzanti. Quest’ultimo, nell’immediato secondo dopoguerra, provò a “rubare” Piovene a Bompiani. Non solo: nel febbraio del ’47, all’uscita del primo volume del Dizionario delle opere e dei personaggi, voluto da Valentino al prezzo di incessanti sacrifici, Vergani osò rivendicare a se stesso l’ideazione del Dizionario. A quel punto si scatenò la bufera. Bompiani, che di pacioso carattere non era, montò su tutte le furie, brandendo carta e penna, puntualizzando date e circostanze, parlando di comportamenti corretti e scorretti, evocando un’etica editoriale. Piovene provava a stare, cautamente, fuori dalla mischia, ma forse da qualche infedeltà era stato tentato. Vergani ribatteva con l’aria navigata di chi sa come va il mondo ed è superiore alle dimenticanze. Ma il problema esisteva: un progetto è di chi lo pensa o di chi lo realizza? E, sbolliti gli umori, con franchezza e civiltà, se ne discuteva per lettera.
Più di una volta siamo stati tentati di cedere a quella brutta bestia della nostalgia. Abbiamo resistito, ma l’ammirazione ce la siamo spesso concessa. Salvo concludere che, essendo i rapporti fra un autore e un editore avviati da una passione reciproca e vincolati da un contratto siglato da entrambi, assomigliano un po’ a un matrimonio – di reciproco interesse –, dove le fedeltà e le infedeltà sono forse ineluttabili. Allora come oggi. E, comunque, per festeggiare Valentino Bompiani era meglio evitare la retorica delle celebrazioni e andare a vedere da vicino alcuni passaggi della sua storia editoriale. Il valzer degli incontri e di alcuni addii.
Botta & risposta
Orio Vergani a Valentino Bompiani
Milano, 20 febbraio 1947
Caro Valentino, di te non ho mai parlato male, e proprio nel mio ambiente editoriale sono sempre stato indiziato di bompianifilia. (…) C’era proprio bisogno di dire, caro Valentino, e di stampare che il «Dizionario delle opere e dei personaggi» fu ideato da te? Ricorda che il dizionario dei personaggi fu ideato, invece, da me, come molti sanno. (…) L’idea, dunque, fu mia, anche per tuo riconoscimento e io non lo vado dicendo, ma, se me lo domandano, non sono certo costretto a smentirla. Non rivendico paternità di idee perché ne ho seminate all’infinito. Dizionario più, dizionario meno, me ne infischio. Mi vanto di essere povero, di non rivendicare la paternità delle idee, di fondare premi e di trovare dei quattrini per darli agli altri. (…) So di non aver torto, caro Valentino. E lo sai perfettamente anche tu.
Tuo Orio Vergani
Valentino Bompiani a Orio Vergani
Milano, 21 febbraio 1947
(...) No, caro Orio, non posso riconoscerti nessuna paternità, almeno rispetto a me. Che tu abbia avuto la stessa idea per conto tuo è possibile, ma il fatto che noi lavoravamo al DIZIONARIO dal ’38, mentre tu stesso dici che i tuoi rapporti sono cominciati nel ’40, è un fatto indiscutibile e documentabile. Come è, e lo ripeto, precisa l’affermazione che Garzanti rinunziò al tuo e suo progetto di fronte alla documentazione che io stesso gli diedi di come fosse già avanzato il nostro lavoro. (...) Di affermazioni come la tua ne ho avute almeno dieci o venti e dalle parti più disparate. Vuol forse dire che l’idea era nell’aria? Può darsi. Tutte le idee editoriali lo sono, e guai se non lo fossero: vorrebbe dire che sono idee morte. In tutto questo, aggiungo che non è la questione della paternità assoluta che mi preme: le idee sono una merce molto facile e comune. Mi preme respingere l’accusa di riconoscere meriti altrui.
Abbiti i miei migliori saluti, Valentino Bompiani
