
Alle lezioni di James Wood, professore di critica letteraria ad Harward, nonché collaboratore del “New Yorker”, gli studenti ogni anno fanno a gara per essere ammessi, pronti a misurarsi in un'intransigente selezione. In classe non saranno più di quindici. E’ davanti a tale crème de la crème, come direbbe la Miss Brodie di Muriel Spark, citata spesso e volentieri da Wood, che lui propone letture, interpretazioni e storie delle forme narrative. Ce lo immaginiamo magistrale, seducente almeno quanto il suo libro, Come funzionano i romanzi, appena uscito da Mondadori. Luigi Sampietro, su queste pagine, aveva già avvertito che si trattava del “critico più convincente oggi in circolazione”. Ora anche il lettore italiano può ammirarne la brillantezza, oltre alla millimetrica conoscenza dei testi più canonici della letteratura classica e contemporanea. E chiunque s'interessi, a vario titolo, di scrittura narrativa, dovrà d'ora in poi ritenere questo libro indispensabile, semplicemente. Ma segnalarlo solo a una nicchia di lettori significherebbe non rendergli adeguato merito. Perché, Harward ci perdoni, è a un pubblico piuttosto numeroso che Wood è capace di rivolgersi, con leggerezza e profondità. La sola bibliografia meriterebbe di essere conservata da chiunque, in quanto utile a comporre una biblioteca “di base”: in rigoroso ordine cronologico, si viaggia dal Don Chisciotte della Mancia (1605 e 1615) fino ad arrivare al Terrorista di Updike (2006), passando attraverso alcuni degli scrittori che hanno confortato la nostra esistenza: Austen, Balzac, Stendhal, Proust, Joyce, Mann, Woolf, Waugh, senza tralasciare Le Carrè, Nabokov, Saramago, Roth, Bolano: dagli albori moderni del romanzo alla contemporaneità, perché i modi di scrivere cambiano nel tempo, insieme a quelli di vivere. Di tali letture Wood analizza l'aspetto tecnico, appoggiandosi a Forster, Sklovskij o Barthes, ma senza indugiare troppo nella teoria: i nostri critici accademici dovrebbero meditare, almeno un po'. Così, parla di punto di vista, voce narrante, personaggi, dialoghi, nonché di tutti quei “dettagli” di cui la vita è piena in modo “amorfo”, mentre la letteratura ci insegna a notarli, a riconoscerli nella quotidianità. Nessun tecnicismo tiene lontano il suo lettore, né lo spoglia del piacere del testo letterario, anzi. Dopo, quel testo è ancor più godibile, eloquente. Wood si fa l'eccellente divulgatore dell'arte di comporre un romanzo, quelle storie nelle quali ci identifichiamo, con empatia, curiosità, paura; storie che, a saperle leggere, possono aiutare a vedere meglio anche le nostre vite. E racconta, piuttosto divertito, che nel 2006 il sindaco di una municipalità di Città del Messico ha stilato un elenco di libri da consegnare ai propri poliziotti, per renderli “cittadini migliori”: vi comparivano romanzi di Juan Rulfo, Garcia Marquez, Fuentes, Saint-Exupery, Agatha Christie e Egdar Allan Poe. Forse quell'anacronistico amministratore era un po' normativo, ammette Wood, ma in realtà voleva segnalare ai propri vigilantes alcuni vantaggi da ricavarne: quelle storie, infatti, aiutano ad avere una lingua più ricca, a conoscere il mondo per interposta esperienza e a estendere “la nostra capacità di immedesimazione in altri 'io'. Questo significa studiare come funziona il punto di vista in un romanzo: guardare alla vita con un “altro” punto di vista. Bella lezione di laicità, caro professor Wood. E grazie per la sua ironia.
