Hans Höller, La follia dell’assoluto – Vita di Ingerborg Bachmann, traduzione di Silvia Albesano e Cinzia Cappelli, Guanda, Parma, pagg. 230, € 18,00

Nel romanzo di maggior successo di Ingeborg Bachmann, Malina, un vero e proprio best-seller, uscito nel 1971, un vecchio becchino definisce il luogo che, serialmente, domina un sogno della protagonista: “il cimitero delle figlie assassinate”. Quell’inquietante scenario onirico viene descritto all’insegna della più consolidata tradizione letteraria, uno sturm und drang connotato da un “tetro branco di nubi”, sulla quale s’innesca l’elemento più tragico del Novecento, rincarato da un trauma che la protagonista subisce. E’ in quel funereo spazio, infatti, “la più grande camera a gas del mondo”, che Malina resta imprigionata e viene abbandonata dal padre.
Nella biografia appena uscita da Guanda che lo studioso austriaco Hans Höller dedica alla Bachmann - ben documentata e narrativa, giocata sul rimbalzo fra vita e letteratura - , questa scena appare come una sorta di epicentro.
Vi si concentrano traumi e tabù, silenzi e sofferenze senza scampo e senza alcuna consolazione possibile di un’intera generazione: quella dei figli del nazismo - un nazionalismo al quale, nell’Austria invasa ma sottilmente alleata, si aggiunse anche l’intolleranza verso l’etnia slovena -, lasciati dalla Storia ad affrontare un’edipismo insopportabile, un conflitto davvero insanabile. Com’era possibile perdonare quei padri che erano stati conniventi con Auschwitz? E come parlargli, dopo che era sceso l’assordante silenzio della rimozione?
Per la generazione che aveva vent’anni nel dopoguerra, la letteratura si palesò come l’unica risposta possibile, l’assoluto simbolico che si assumeva tutta la carica di morte che quei padri, colpevoli fino all’ignominia, avevano prodotto nella realtà. Un assoluto ineluttabilmente tragico, là dove, per alcuni critici della scuola di Francoforte, nemmeno quelle parole “salvifiche” avrebbero dovuto essere pronunciate. Nemmeno la letteratura poteva avanzare diritti, dopo l’orrore dei campi di sterminio.
Per la Bachmann, una volta perduto il paradiso infantile di una Carinzia bucolica e piccolo borghese, quell’obbligo a fare i conti con i fantasmi della Storia, si tradusse in una condanna al dolore e alla peregrinazione. Irrequieta e profondamente instabile, andò raminga per l’Europa, prima a Vienna e poi in Germania (dove il Gruppo 47 elesse le sue poesie, poi raccolte ne Il tempo dilazionato, “fra le migliori in lingua tedesca della loro generazione”) e ancora a Parigi, Londra, in Italia, verso il sole di Ischia, destinato all’impresa impossibile di scaldare ossa raggelate, combattuta fra un’implacabile ambizione al riconoscimento letterario (determinazione sulla quale il suo biografo non tace) e la sofferenza sentimentale che ebbe i nomi di Paul Celan (la lunga corrispondenza con il quale l’editore Nottetempo sta per mandare in libreria con il titolo Troviamo le parole) e poi di Max Frisch. Qualche sollievo trovò nell’amicizia con Hans Werner Henze che, però, non poteva amarla perché omosessuale. Intanto la sua fama cresceva, insieme a pagine di lunghi racconti, romanzi, radiodrammi, insieme al consumo di alcool e psicofarmaci. Fino al rogo finale del suo letto romano nel 1973, tre anni dopo il suicidio di Celan e pochi mesi dopo la morte del padre.
Una vita tragica, in sintonia con i temi e le tonalità della sua scrittura che, a detta dello stesso Höller, ogni tanto si inabissava in derive “punitive”.
Ora però, dopo la lettura della sua biografia, resiste un dubbio. Che ne è, oggi, di quella che fu l’emaciata sacerdotessa del sublime tragico? Che cosa è successo dopo che Adelphi, negli anni Ottanta, le fece conoscere anche la gloria postuma, inserendola con coerenza e successo all’interno del proprio catalogo fino a quel momento a forte impronta mitteleuropea? Che posto hanno, nel nostro immaginario, quell’idea di letteratura, quel registro, quello sguardo sul mondo?
L’impressione è che negli ultimi ventanni, il tempo di un’altra generazione, le distanze si siano fatte rilevanti. E che lo sguardo degli scrittori sul mondo abbia stemperato le cupezze e allentato le strettoie più ideologiche, complici le distanze prospettiche, la consapevolezza, il disincanto. Resiste, tetragono, forse non del tutto adeguato ai tempi, come ha suggerito con dolce cautela Franco Cordelli, solo in certa critica letteraria. Italiana.
Nella scrittura narrativa, il nichilismo che fondava quella poetica parla sempre meno al lettore, medio o forte che sia. Anche l’Adelphi ha ritrovato energia, e lettori, nella pubblicazione di scrittori di origine anglosassone, che magari scrivevano negli stessi anni della Bachmann, ma che non avevano vissuto direttamente lo strazio della dittatura e dei suoi eccidi.
Oggi, ai lati estremi delle tonalità narrative, forse il tragico ha lasciato il posto al grottesco, ma non si è spento l’insopprimibile bisogno di raccontare il mondo. Probabilmente, anche la percezione di quella Storia sta cambiando, nel bene e nel male. E i fantasmi più intransigenti si stanno allontanando, insieme agli assoluti.
