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Buone letture

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Senti chi parla, il creatore di libri

Paolo Di Stefano, Potresti almeno dirmi grazie – Gli scrittori raccontati dagli editori, Milano, Rizzoli, pagg. 418, € 22,00



30/05/2010

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È il 18 settembre 1469 quando il Senato della Repubblica Serenissima delibera che il tipografo Giovanni da Spira può dedicarsi alla nuova “ars imprimendos libros”. Solo pochi nobiluomini del Gran Consiglio provarono a opporre qualche resistenza all’operato degli stampatori venuti dal nord Europa; si erano spaventati per le parole di un frate domenicano che, dal pulpito, continuava a incolpare quegli esecrandi todeschi di essere avidi di guadagni e affamatori di copisti e miniaturisti. Era l’alba di un cambiamento culturale che si sarebbe rivelato senza ritorno, nel viaggio dell’Occidente verso la modernità. Anche oggi c’è qualcosa di prepotentemente nuovo nell’aria, anzi nell’etere: l’editoria deve fare i conti con sempre più nuovi supporti mediatici che potrebbero far scomparire il caro vecchio libro. Qualche timore è diffuso fra gli addetti al lavoro editoriale, anche se prevale la curiosità.

Se ne discute, di questo e altro, nel brillante libro di Paolo Di Stefano, Potevi almeno dirmi grazie, raccolta di una serie di conversazioni con gli editori, di vecchia e nuova generazione. Un volume godibile, ricco di riflessioni e di esilarante aneddotica, in cui si guarda a una serie di snodi che aspettano al varco l’editoria, ma dove soprattutto si racconta quello che fin qui è stato. Provando a tenere a bada le nostalgie. Ne sono protagonisti gli scrittori, ma lo sguardo è quello di coloro che ne scelgono i testi, se li contendono, li difendono con i denti e gli anticipi, li abbandonano o ne sono abbandonati. Così, vengono raccontate risse e tradimenti, manie, ossessioni e narcisismi, quelli degli scrittori, che gli editori supportano e, talvolta, condividono. Nel senso che è una nobile gara… A voler essere, solo per un momento beninteso, poco reverenziali col sacro fuoco creativo, si potrebbe dire che grazie a questo libro si entra in un seducente, fantasmagorico manicomio, calato in un virtuale, enorme ristorante.

È lì che spesso si incontrano editor e scrittori per discutere di contratti, percentuali e prossime edizioni, e per verificare i sodalizi. Era lì che Giulio Einaudi, secondo un notissimo aneddoto diventato leggenda, infilava la propria forchetta nel piatto altrui, fra imbarazzi e rassegnazioni, salvo un giorno suscitare la reazione di Manganelli che, funambolo della parola, gli aveva obiettato: “Via le mani dal mio truogolo!”, andandosene stizzito. Già, il grande, controverso Einaudi. Anche il suo fantasma si aggira fra queste pagine, simbolo di quell’editore-protagonista che l’accelerazione industriale subita dall’editoria ha, nel bene e nel male, visto declinare. Ma la sua voce blasé ancora risuona. Alcune inquietudini si addensano di fronte alla parola “mercato”, oggi più che mai incisiva nella produzione dei libri, rispunta l'opposizione libri di cultura o di intrattenimento, mentre la zattera della società letteraria d’antan sembra sempre più lontana per far spazio a quella, più dissonante, delle tante voci del mondo o a quella, più  imprevedibile, dei nuovi lettori. Paolo Di Stefano, scrittore e giornalista, conosce bene il mare magnum che ha scandagliato. E chissà, forse non è un caso se il libro si chiude con la caduta di un mito, con un disincanto, appena un po’ amaro. Giusto suggello, preferibile alla predica dal pulpito del domenicano di turno.


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