Anna Cuneo, Il maestro di Garamond, traduzione di Gaia Amaducci, Milano, Sironi Editore, pagg. 490, €19,90

A chiunque ami i libri, e le vicende che riguardano la loro fattura, i bibliofili in primis, segnaliamo con calore Il maestro di Garamond, romanzo storico della scrittrice italo-svizzera Anna Cuneo, un affascinante e ben documentato sopralluogo ai primordi della stampa. Emozionante, in alcuni frangenti.
La prima scena coinvolgente si svolge a Venezia. E’ l’estate del 1513 e due francesi, il giovane apprendista Claude Garamond (l'io narrante che a distanza di anni ripensa a tutte le drammatiche vicende che hanno visto morire il suo modello di vita e di pensiero), insieme all'amato maestro Antoine Augerau, hanno raggiunto la città che più di ogni altra produce libri in Europa. Vogliono incontrare Aldo Manuzio. Arrivano, a piedi, da Parigi e non vedono l'ora di stringere fra le mani alcune delle edizioni aldine, già note ovunque. Anche loro sono stampatori, ma in realtà Manuzio è quello che oggi sarebbe un vero e proprio editore: ha un preciso progetto culturale - l'edizione di testi classici greci e latini -, dispone di ottimi consulenti che all'occorrenza revisionano i testi, ha già stampato autorevoli edizioni di Dante e Petrarca, ha riformato caratteri e formati. Il libro “tascabile”, ottenuto piegando il foglio in ottavo, è già uscito dai suoi torchi, destinato a mercanti, scolari e studenti. I lettori si stanno moltiplicando, in quella città e per ogni dove. L'entrata nella sua ricca biblioteca fa accedere i due francesi in un mondo del tutto nuovo. Perché dopo l'invenzione della stampa siamo nella modernità. Di nascosto vanno anche a trovare Francesco Griffo, incisore bolognese che ha rotto ogni rapporto con Aldo. Per alcuni anni hanno lavorato insieme, poi lui voleva mettersi in proprio e Manuzio non gliel'ha perdonato. Era stato lui, e il suocero Torresani, a investire nel metallo che avrebbe prodotto i caratteri greci, per proteggere i quali aveva addirittura chiesto il “privilegio”, cioè l'esclusiva, alla Repubblica veneziana. Ma era stato il Grifo a disegnare e incidere il corsivo italico e il carattere romano, più tondo e meglio leggibile del gotico. E ora, in un momento aurorale nella seducente storia della stampa, il Grifo mostra con orgoglio i suoi punzoni ai due stranieri – loro li porteranno in Francia per migliorarne il tratto -, anche se è amaramente consapevole che non passerà alla storia. L'incisore è un artigiano di servizio, conferma Augereau, l'editore è il responsabile dei contenuti e di quel fitto, articolato disegno culturale che i libri compongono. Ancora nessuno sa che il Grifo, di lì a poco, finirà malamente, appeso per una corda, dopo aver ucciso il genero a bastonate.
Del resto, i tempi sono violenti, le guerre insanguinano l'Europa, i torchi sputano pagine a ritmo frenetico e raggiungono i più ricchi mercati e un numero sempre maggiore di uomini. Persino alcune donne. Ma, “c'è presto un ma”, si direbbe in un romanzo d'avventura quale in parte è Il maestro di Garamond – attento però anche a una decisa funzione divulgativa -, fra viaggi perigliosi, fanatici religiosi, qualche colpo di scena, casti innamoramenti, girovaghi e saltimbanchi. Il ma che cambia le sorti dei nostri eroi, e la Storia, non solo della stampa, si chiama Sorbona.
Nella Francia di quella prima metà del secolo, nella Parigi dove ogni tanto arriva con buonumore e progetti di scrittura in cui compaiono dei giganti il monaco François Rabelais, nella città delle tante botteghe artigiane, fra gli stampatori che accortamente allocano i loro laboratori nei pressi dell'Università, comincia a serpeggiare una certa preoccupazione perché alcuni teologi dell'autorevole ateneo hanno preso a lanciare accuse di eresia sempre più intransigenti. Loro bersagli sono anche gli stampatori, rei di diffondere i libri di Lutero e perfino del cattolico Erasmo, colpevoli di pubblicare Aristotele, magari senza capziose chiose latine. A nulla vale che la sorella del re, Margherita di Navarra, scrittrice essa stessa, abbia ordinato delle traduzioni in volgare di quei testi. Anzi, il volgare è ritenuta lingua infetta e oscena. Tanto più se adoperato per tradurre la Bibbia. Rabelais se la ride: scriverà proprio in volgare perché vuole farsi capire da tutti. Ma il terribile Noël Beda, teologo e censore indefesso, incita i suoi sgherri, le spie, i delatori. Ben presto la situazione precipita, saltano le prime teste, il maestro Augereau viene imprigionato, fino all'orrendo epilogo: la sua ingiusta esecuzione sulla pubblica piazza. Il giovane allievo Garamond vi assiste impotente, come molti cattolici di buona volontà, ma proseguirà nell'opera tipografica del suo mentore, fino a produrre quei caratteri che ancora oggi portano il suo nome. La vedova Augerau si farà protestante.
Storia bella e terribile – peccato qualche rigidità e qualche fastidioso anacronismo della traduzione (valga per tutti quel “Che problema c'è?” pronunciato da maestro Antoine nel 1513!), questo romanzo immerge nelle cruente guerre di religione che anche la cultura ha fronteggiato, alcuni secoli fa. E fa ritrovare agli albori un mondo, quello dell'editoria, che oggi sta subendo la più drastica delle trasformazioni. Al di là di nostalgie, paure e sacrifici che ogni cambiamento porta con sé, niente di meglio per affrontare il futuro che sapere da quali perizie artigiane, passioni culturali e sacrifici di singole esistenze provenga, ab origine, il mondo dei libri.
L' iPad incalza, ma se tratteniamo la memoria della storia di ciò che contiene, lo tratteremo per quello che è: solo uno strumento “nuovo”, ineluttabile, che può diffondere la cultura. Come fu la stampa quando nacque.
