Alan Bennett, Signore e signori
Traduzione di Davide Tortorella, Adelphi, Milano 2004, pagg. 162, euro 14.
10/10/2004
Si infittisce la galleria dei personaggi surreali, comuni, banali, comici, stravaganti di Alan Bennett. Grazie ai monologhi che ha scritto per la televisione inglese qualche anno fa, ora pubblicati da Adelphi nella brillante traduzione di Davide Tortorella con il titolo di Signore e signori, veniamo a conoscenza di altre donne e uomini che vivono, sopravvivono e muoiono nella middle class d’Oltremanica. Gente comune, ordinary people, anonimi abitanti di quella provincia lontana da Londra, nel cuore della Gran Bretagna, che Bennett conosce bene essendo nato a Leeds – Yorkshire - nel 1934 da padre macellaio e madre casalinga.
Alcuni li avevamo già incontrati in quell’esilarante funerale descritto ne “La cerimonia del massaggio”, o singolarmente e più da vicino, percependo i fastidiosi odori de “La signora nel furgone”. Forse non è un caso se nell’Introduzione a questi testi pensati per la televisione – ma scritti con la sapienza della sua esperienza teatrale, classica e farsesca – Bennett ricordi con tenerezza i suoi genitori la loro gioiosa e imprevedibile creatività ma, soprattutto, le espressioni, i modi di dire, una lingua che molto caratterizzava la loro classe sociale, stereotipi e vizi compresi. Non è un caso se si soffermi su un aggettivo che la madre pronunciava spesso con dissimulato disprezzo all’indirizzo di alcune sue simili un po’ volgari e un po’ anticonformiste: “E’ una donna ordinaria”. In quell’espressione – usata anche dalla piccola borghesia italiana fino a tutti gli anni Sessanta, peraltro – c’era un’intera cultura, nelle pruderie, nei conformismi, nelle ambivalenze. Ed è proprio sul linguaggio, sulle espressioni convenzionali, sugli automatismi, sull’infrazione alle convenzioni, sui doppi sensi, che si gioca l’umorismo di Bennet.
Del resto si sa, il motto di spirito, più o meno tendenzioso, più o meno volontario, si fonda sulla costruzione linguistica. Quello dei personaggi di Bennet spesso è involontario. Anzi, il loro essere ridicoli, spesso tragicamente, melanconicamente, dipende proprio dall’essere inconsapevoli, a volte con innocenza, a volte con stupidità, a volte con vera e propria ottusità. Bennet non ha alcun timore a riattraversare il luogo comune e lo stereotipo, abbia esso i panni della vecchia e un po’ rintronata zitella inglese, dell’attricetta di film di infima serie, della vedova con una figlia pazza, del figlio unico che vive con la vecchia madre e che frequenta il centro di igiene mentale, o dell’alcolizzata moglie del pastore, convinta che nessuno conosca il suo disdicevole segreto, mente invece tutti la compatiscono in silenzio, rispettosi più del marito che di lei. Un marito piuttosto ottuso, nonostante l’abito che indossa. O forse proprio per colpa di quella veste, suggerisce Bennett non nuovo alla polemica religiosa; dissacratore, certo, ma non privo di profonda comprensione per i tanti, infiniti individui che parlano per frasi fatte e che sono ciechi di fronte alla realtà, forse anche per questo motivo: perché sono impiombati nella quotidianità, nel vuoto delle cittadine di provincia e il linguaggio che usano ne è la spia, insieme ai loro visi scavati, gonfi o tiepidamente assennati.
Non è certamente casuale se uno di questi personaggi ha avuto il volto di quella straordinaria attrice inglese che è Maggie Smith. I cui zigomi ossuti, gli occhi che possono farsi acuti e ironici ma anche grandi e vuoti può ben incarnare il poco o il nulla di chi vive lontano dalla metropoli, là dove si impara presto “una lezione preziosa”, segnala Bennet: che “la vita è una cosa che succede sempre altrove”.