Anthony Trollope, Le torri di Barchester
Traduzione di Rosella Cazzullo, Sellerio, Palermo 2004, pagg. 680, euro 15.
25/07/2004
Prosegue l’opera meritoria di Sellerio nel riproporre i romanzi di Anthony Trollope, scrittore vittoriano godibilissimo, realistico e satirico insieme, attento ai meccanismi sociali e a quelli che governano le relazioni fra gli uomini: l’ultima uscita, Le torri di Barchester, è di ponderosa mole (bella la traduzione, fastidiosi i refusi sparpagliati nel testo – a pag. 337 se ne contano ben due, troppi! - ), ma di lettura trascinante e a tratti perfino entusiasmante. E’ bene leggerlo: benché apparentemente “esotico”, continua a parlare a noi posteri.
Ma prima di dedicarci al romanzo ambientato nella contea immaginaria del Barset, conviene spendere qualche parola su quest’autore che riuscì a scandalizzare il suo pubblico con una autobiografia postuma nella quale, con il medesimo atteggiamento analitico e impietoso rintracciabile nei romanzi - con “impavida sincerità” avverte Tomasi di Lampedusa nelle sue magnifiche lezioni di letteratura inglese -, Trollope rivendicava la sistematicità metodica, quotidiana, indefessa, del proprio lavoro: “venti pagine al giorno, né una di più né una di meno e per di più nelle ore di ufficio! Lo scandalo fu grande” perché “la gente aveva ancora in mente l’immagine dell’artista ideale che scrive sotto l’ispirazione”, chiosa, divertito e illuminista, l’autore del Gattopardo.
Già, niente romanticismi, né eroi o eroine fra i personaggi di Trollope, né cime tempestose; piuttosto i giardini e le strade acciottolate di una provincia qualsiasi a sud di Londra, verso la costa, le case dei vescovi e dei possidenti, le serate passate a conversare, le colazioni all’aperto e i primi treni che portano ogni tanto verso la capitale, ma solo per ragioni mondane, per la saison. Anche in treno scriveva Trollope, girando il mondo in lungo e in largo, America compresa, per siglare accordi sul sistema postale del quale era alto dirigente, più attento a quello che vedeva che agli affari da concludere. Ma mentre tutto cambia, a metà Ottocento, mentre da lontano arrivano gli echi dell’Impero che si fa potenza, la dolce Inghilterra che lui racconta è ancora quella dei proprietari terrieri e del suo potente clero. Niente drammi, dunque, perché, come scrisse G.K. Chesterton (l’inventore di padre Brown, per intenderci), “una delle caratteristiche essenziali dello spirito dell’età vittoriana fu la tendenza a sostituire una certa serietà, più o meno soddisfatta, agli estremi della tragedia e della commedia”.
Nel caso di Trollope per “serietà” si intenda puntiglio e rigore nell’osservazione, comprese quelle distanze ironiche verso un mondo che, a Barchester, nella sua cittadina immaginaria, ancora non esprime le violenze sociali della nuova metropoli londinese ma dove ugualmente si sviluppano trame, intrighi, piccole e grandi congiure che coinvolgono una coralità di personaggi nitidamente disegnati, non tipologie sommariamente abbozzate, quali alcuni vescovi e aspiranti tali, le loro mogli impiccione e dispotiche, parvenus e contesse, femmes fatales che vogliono conquistare il controllo sociale, ma che ormai sono solo una ridicola, umana troppo umana rivisitazione di Lady Macbeth, sciancate come la vita che hanno condotto, e giovani ambiziosi che sono pronti a tutto pur di fare carriera, a tutto, ad alleanze, tradimenti, riconciliazioni, strategiche perdite di battaglie, pur di vincere la loro guerra personale.
E’ un bellissimo romanzo sui meccanismi del potere quello di Trollepe, e si apre con una scena che a noi potrebbe dire qualcosa: il vescovo di Barchester sta morendo e il figlio, l’Arcidiacono Grantly, ambisce alla successione, ma sta anche cambiando il governo centrale, da conservatore a liberale. Poche ore di agonia paterna bastano a mettere in forse la sua carica; poche ore e tutto sfuma, grazie anche all’intervento dell’autorevole giornale “Jupiter” che per primo fa il nome di un avversario, il reverendo Proudie. Vista acutissima, quella di Trollope sul potere, più meno occulto, dei nuovi mezzi di comunicazione, capaci di gestire le fortune o i rovesci degli individui, soprattutto alla vigilia di un cambio governativo. Suggerisce nulla, tale scenario, per il futuro prossimo venturo?