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Buone letture

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Bennett, La signora del furgone

Traduzione di Giulia Arborio Mella, Adelphi, Milano, 2003, pagg.89, euro 6.50.

09/03/2003

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Un altro splendido personaggio, forse addirittura più maestoso dei precedenti, compare nella galleria narrativa di Alan Bennett, commediografo inglese dallo sguardo sul mondo acuto come un punteruolo. I precedenti li avevamo conosciuto in Nudi e crudi - erano i coniugi Ransome, conformisti e british quanto basta per non fare un dramma nemmeno quando scompaiono tutti i mobili di casa –; e nella Cerimonia del massaggio, là dove appaiono in notevole numero, con qualche imbarazzo e qualche brivido di terrore, al funerale di un giovane massaggiatore assai generoso di sé con i clienti e i loro corpi.

Ora è la volta della signora Shepherd, riesumata dalla memoria dell’autore dagli anni Settanta. La gentildonna in questione, in possesso a suo modo, sia pur un po’ strampalato, di codici di comportamento, è un donnone dall’abbigliamento diciamo dimesso, o forse ardito - dalle sottane fatte con “stracci per la polvere arancioni cuciti insieme” o dai cappelli un po’ improbabili, ora quello da baseball di Charlie Brown, ora un “cestino di paglia ottagonale assicurato al mento con una sciarpa di chiffon, con un pezzetto di cartone per visiera”-, è una fervente cattolica romana che ha tentato più volte di farsi suora, ha guidato i camion in guerra, è ferocemente anticomunista e vorrebbe che il mondo fosse guidato da un Dittatore Buono.

Il narratore è costretto a guardarla sempre più da vicino, e a sentire gli effluvi non esattamente soavi che emette, dal momento che gli si è piazzata nel giardino di casa con il proprio furgone, da lei dipinto con trasporto artistico di giallo girasole. E’ lì dentro che si svolge tutta la sua indigente vita. E’ dai finestrini sempre più incrostati di sporcizia che lei getta quotidianamente rifiuti di ogni genere. Insomma, è una barbona, si potrebbe dire in sintesi. E facilmente potrebbero aprirsi le cateratte consolatorie del politicamente corretto.

Bennet fa di più, molto di più. Ne ha curiosità e rispetto, ma entrambe le attitudini sono attraversate da contraddizioni, dubbi, fastidi, come si conviene quando ci si mette in ascolto della realtà senza preconcetti e pregiudizi. Senza possedere la verità. E’ curioso per l’individuo e la sua storia, ma mal controlla l’intolleranza che gli produce questa presenza sempre più puzzolente. E sembra chiedersi: la signora Shepherd è essa stessa un rifiuto sociale come quelli che lei fa volare sul prato di casa o non è piuttosto una simpatica eccentrica da raccontare e con la quale identificarsi? Il Bennet cittadino civile, in quegli anni sensibile alla questione sociale, la guarda come a un dovere da assumersi. Altri tempi forse, suggerisce. Lo scrittore, invece, favorirebbe la seconda ipotesi. Tanti più che, confessa serenamente, è uno snob e quindi incline ad appassionarsi a una storia di sofferto, epico e misero anticonformismo. Ma entrambi rispettano l’individuo, le sue difformità, i suoi sogni, i fallimenti. Bella lezione etica, mister Bennet. Fatta senza alcuna pedanteria, con la leggerezza e la pietas che l’ironia porta con sé.

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