Iris Murdoch, Il mare, il mare
Traduzione di Fabrizio Ascari, Rizzoli, Milano 2003, pagg. 646, euro 19.
06/07/2003
Cosa succede quando si rincontra il primo amore dopo un’intera vita? E’ il nodo che affronta
Iris Murdoch - le cui opere la Rizzoli, benemerita, è intenta a pubblicare -, in un romanzo di seducente forza, cattiveria e bellezza: Il mare, il mare. L’acqua evocata dal titolo è quella immensa dell’Oceano fra i cui flutti va a rinfrancarsi un regista teatrale, dopo aver lasciato Londra, la mondanità, la confusione, la sua vita professionale, da sempre dedicata a quella realistica bugia che è il teatro: quel gioco delle parti che viene recitato non solo su un palcoscenico ma anche nell’esistenza di tutti. Tema, quest’ultimo, assai caro alla narrativa inglese del Novecento. Per il protagonista della storia della Murdoch – a sua volta autrice teatrale –, il teatro è stato tutto, l’assoluto, il mezzo per emanciparsi da una modesta condizione sociale, per esprimere il suo potente narcisismo, perfino per amare.
Nella fatiscente casa in cui si installa, senza acqua né luce, adesso vorrebbe ripensare a se stesso. Da solo, finalmente. Peccato che, piano piano, la casa si animi di tutti i fantasmi possibili (come in una
gosth story), personaggi in carne e ossa che, per un motivo o per l’altro, lo raggiungono nell’eremo. Compreso il primo amore, appunto, che lui ritrova per caso: anziana, un po’ incolore, modesta, un po’ isterica e da tempo sposata a un qualsiasi piccolo borghese. Quello che non è diventato lui, salvato, o perduto?, dall’arte.
Ed è a questo punto che si scatena l’inferno perché lui ha deciso che il prossimo ruolo da scrivere sarà quello della passione, del ritrovamento dei sentimenti più puri, là dove la sua essenza sentimentale è stata, invece, quella del più infame, cinico, ambiguo, figlio di buona donna. “Io non disprezzo le donne. Ero innamorato di tutte le eroine di
Shakespeare prima ancora di compiere dodici anni”, si difende con un amico che lo incalza, il grande, o piccolo?, mistificatore. La sua sbiadita ex, poveretta, non avrà scampo, niente potrà fare per sottrarsi ai suoi desideri di riconquistarla, rapirla, portarla con sé, via dalla pazza folla del teatro, con i membri della quale, peraltro, lei non potrebbe scambiare una sola parola non conoscendo nessuno dell’ambiente, se non per averlo visto alla televisione o su qualche rivista popolare di gossip. I colpi di scena si susseguono - talvolta sfiorando la verosimiglianza, ma si sa il teatro è “
magia” -, i personaggi anche, in dialoghi calibrati al millimetro: le donne, soprattutto, che vengono a rimproverargli o a pietire un rapporto con lui, in un perfetto contrappunto di tipologie femminili, equamente distribuite fra sadiche e masochiste. Lui, invece, continua a inseguire l’ideale, l’assoluto, la passione, dimenticandosi dell’amore e soprattutto non vedendo “l’altro”, ma solo se stesso in azione. Scenica, naturalmente.
Proverà perfino la tentazione, e il ruolo, del padre, affiliando benignamente il giovane figlio adottivo della sua vecchia fiamma, un ventenne che sembra l’unica figura vagamente positiva del romanzo, sorprendentemente consapevole delle manfrine sentimentali del mondo degli adulti, ma che farà una fine brutta e banale. Il nostro eroe, invece, qualcuno tenterà di ucciderlo (come in una thriller story), non potendone più di quello che ha fatto e ancora continua a fare, fra picche, ripicche, prepotenze, false disperazioni, sempre in nome dell’amore, di sé, dei suoi vent’anni. Passati, inesorabilmente. Ha qualcosa di patetico come tutte le passioni, gli ideali, gli assoluti, sembra insinuare la Murdoch. Compresa quella per il cibo del quale si compiace tanto in solitudine, salvo ritrovarsi a mangiare pasta al burro quando è nel mezzo della bufera. Non è che la passione amorosa può essere ossessione? “
Sì, voglio rovinarti la vita”, ammette il nostro senza mezzi termini. Non è che l’amore vero si nutra di sfumature diverse e faccia i conti con il tempo, l’età, le circostanze, suggerisce la scrittrice-filosofa, senza dare soluzioni, peraltro, non previste dalla vita. A tutti quelli che s’infiammano come cerini, fanno casini, si lacerano le vesti, e frignano come bambini, questo potente libro è dedicato.