Traduzione e introduzione di Maria Antonietta Saracino, Nutrimenti, Roma 2006,
pagg. 236, euro 16

Nel 1881, alla morte dell’eclettico padre, Alice James, sorella di Henry e Williams, ebbe una reazione che avrebbe fatto la gioia di Sigmund Freud. Essendo il genitore privo di una gamba, s’inchiodò su una sedia dalla quale non si sarebbe mai più rialzata. Da quel momento, intorno alla sua poltrona da grande isterica avrebbe iniziato a turbinare un mondo di infermiere, amiche, conoscenti, letture e riflessioni che, dal 1889 al ’92, sarebbe confluito in un diario che è appassionante per molti motivi: biografici, culturali e letterari. Quel diario, oggi ristampato a vent’anni dalla prima apparizione in Italia, non solo ci mette di fronte a una donna di straordinaria intelligenza, curiosità e ironia, la cui nevrosi l’aveva obbligata a dismettere il corpo, non solo allude ai rapporti di forte dipendenza fra i tre geniali fratelli, ma spalanca le proprie pagine su un mondo anglosassone di fine Ottocento che sta ancora vivendo il conflitto culturale fra “primitiva” America e “raffinata” Europa, tema fondante, peraltro, della narrativa di Henry James. A quella data i James si sono definitivamente trasferiti nel Vecchio Continente ed è da tale ravvicinata prospettiva che Alice osserva gli inglesi, ne segue le vicende della cronaca e della cultura ma è sempre un po’ scettica sul loro carattere “formale”, troppo codificato. Tanto più che la sua quotidianità è protetta, in un legame molto diffuso all’epoca e definito dagli storici “Boston marriage”, dalla pragmatica amica Katharine Loring, una meravigliosa forza della natura, virile e materna insieme. E’ a lei che si deve la sopravvivenza di questo prezioso diario, una lettura che si sarebbe rivelata fondamentale anche per Virginia Woolf: pagine dense di narrazioni e riflessioni “su questo scherzoso imbroglio che chiamiamo Vita” che suscitarono l’incondizionata ammirazione di Williams mentre turbarono profondamente James, terrorizzato da ogni forma di pubblicità sul proprio privato al punto che distrusse la copia in suo possesso. Per entrambi, tuttavia, dimostravano quanto anche la sorella e la sua scrittura fossero “ragione di vanto per la gloria familiare”: il padre li aveva educati all’eccellenza e lei, sia pur alla fine, non vi si era sottratta. Quel padre che, in nome della libertà individuale, non aveva esitato ad autorizzare la figlia al suicidio e che per la propria orazione funebre avrebbe voluto che il prete pronunciasse solo la seguente frase: “Qui giace un uomo che ha creduto per tutta la vita che le cerimonie che accompagnano nascite, matrimoni e morte sono tutte dannate idiozie”. Non una parola di più, ricorda ancora in divertita soggezione Alice. Ebbene, proprio la morte sarebbe stata la propria “eccellenza”, il modo per dimostrare di esistere, come segnala Maria Antonietta Saracino in un’Introduzione colta e ben scritta. Ed è a questo fatto che sta avanzando insieme a un cancro, l’unico che non potrà raccontare agli amici (“e allora dov’è il divertimento?”) che lei dedica le ultime pagine, senza distrarsi dal fervore della vita e dalle sue illusioni, ma insieme concentrandosi sulla degradazione fisica che fa allontanare “argomenti” e “problemi” come se fossero una “qualsiasi fatica muscolare”. Guardandola fino all’ultimo minuto in faccia. Per capire, solo per capire. Scrivendo.
