P.G. Wodehouse, Delitto all’Excelsior, traduzione di Vincenzo Latronico, Excelsior 1881, Milano 2007, pagg. 190, euro 16,50

Com’è noto, la produzione di P.G. Wodehouse è un delizioso, luccicante mare magnum (quasi un centinaio i titoli fra romanzi e raccolte di racconti), che nel tempo ha suscitato gli entusiasmi dei lettori più illustri, da Evelyn Waugh a Salman Rushdie, non escluso l’ex primo ministro inglese Tony Blair.
Nelle scorse settimane l’editore Excelsior 1881, con la sicura traduzione di Vincenzo Latronico, ne ha ripescato una silloge finora inedita in Italia. Molto probabilmente, ma siamo nel campo delle ipotesi, è stato il titolo a sedurlo e a convincerlo a infoltire il novero delle sigle editoriali nostrane che pubblicano Wodehouse: Delitto all’Excelsior. L’entusiasmo della felice coincidenza (a cui, per partecipare ai festeggiamenti, si potrebbe aggiungere che Wodehouse è nato proprio nel 1881…) deve aver occultato ogni altra preoccupazione editoriale quale, ad esempio, quella di segnalare al lettore la data di pubblicazione originaria del testo. Sarebbero bastate due righe, una nota, un numerino e avremmo meglio collocato, nel tempo lungo della produzione dell’umorista inglese, questo testo che, come spesso avviene con Wodehouse, non delude. Vi si ritrovano, infatti, alcuni dei suoi personaggi-archetipi e alcune fra le situazioni narrative più consolidate, a parte il giallo che apre la silloge, incursione in un genere non a lui consono, che, comunque, si rivela un buon pretesto per ridicolizzare la (falsa) lucidità analitica di un investigatore a scapito del (vero) più raro buon senso.
Un racconto in particolare ci riporta a contatto con i più fedeli personaggi del nostro: Jeeves e Cyril l’idiota. L’ambiente è quello newyorkese del musical dove finisce, un po’ per caso un po’ per non morire di noia, un rampollo dell’aristocrazia britannica, sbarcando in un mondo davvero nuovo, quello della commedia musicale made in Broadway, dove, intorno agli anni Trenta, si saluta l’entrata del genere nella modernità.
Forse non tutti sanno che il misantropo, solitario, timidissimo Wodehouse (narrano i biografi che un giorno, alla moglie in uscita per andare a vedere un appartamento in vendita, lui ricordasse: "Purché sia al pianterreno, il silenzioso viaggio in ascensore con il lift mi ha sempre provocato un certo imbarazzo"…) ne fu uno dei più attivi fautori, grazie alla sua prolifica collaborazione con il Jerome Kern, autore, fra gli altri, di Show boat (1927), la prima commedia musicale a sfondo sociale, quella in cui compare Ol’ man river, per intenderci.
Ebbene, è proprio in questo mondo di impresari un po’ cialtroni e furbi che verrà triturato il giovane Bassington-Bassington, senza che lui se ne accorga, peraltro; il buon Jeeves avrà fatto in modo che ogni frustrazione sparisca insieme a quegli orribili calzini viola del suo ignavo padrone Bertie Wooster. Nella soave costellazione narrativa di Wodehouse, la realtà, nuda e cruda, apparentemente è lontana. Ci sono solo tic, debolezze, misoginie, coazioni a ripetere, masochismi, fissazioni. Ma i personaggi non lo sanno, preservati dalla loro beata incoscienza e da un autore che, un po’ come fa il maggiordomo Jeeves, li ha sempre protetti con il suo meraviglioso senso dell’assurdo. Lo stesso che, a guardarla bene, c’è nella realtà.
