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Lo scheletro nell'armadio

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Cronache letterarie
Periferie, I pensieri di una foglia

Racconto di Eugenio Gaslini vincitore di un concorso sul tema: Periferie

di Eugenio Gaslini - 02/07/2008

I pensieri di una foglia

 

…i fiori sono facili da dipingere
il mistero è nelle foglie.
In viaggio sul tuo viso - ALICE

 

Se mi guardo attorno vedo due categorie di persone. Quelle che si sentono al centro. Dell’attenzione, del desiderio, della scena. E quelle che da quel centro sono attratte. Ma per qualche ragione se ne stanno a distanza di sicurezza. Io appartengo a questa seconda categoria. E non mi è bastato eseguire diligentemente gli esercizi proposti da Milena Scream nel suo manuale Da timido a sicuro di te in 21 giorni, per accorciare quella distanza e accrescere l’autostima.
 
L’altra sera mi trovavo in un locale all’ora dell’aperitivo. Ero con alcuni amici di vecchia data. Con loro sto sempre bene, perché ovunque andiamo mi sento a casa. Tuttavia, per colpa della musica troppo alta e della confusione generale, faticavo a star dietro ai loro discorsi. E così, senza volere, mi sono distratto e ho notato un ragazzo appoggiato al bancone del bar. Proprio come me, ma dall’altro lato. Indossava una camicia aderente grigio perla e un paio di jeans scuri. Ai piedi, dei mocassini con la fibbia argentata. Ho pensato che, a parte la fibbia, eravamo vestiti quasi allo stesso modo. Forse la mia camicia era addirittura più bella della sua. Ma lui si sentiva al centro. Io no. Lo capivo da come avvicinava il calice di prosecco alla bocca; da come rivolgeva qualche parola alla biondina che gli si era avvicinata per salutarlo. Non era neutro, insomma, com’ero io. Era lì, e la sua presenza non passava inosservata. Se non ci fosse stato il divieto di fumare, sono certo che si sarebbe esibito nella creazione di perfetti anelli di fumo.
Anch’io ero lì e bevevo un prosecco. Ma soprattutto ero impegnato a difendermi dalle gomitate di chi cercava di raggiungere il bancone per ordinare da bere. Gomitate che parevano volermi ricordare che la mia presenza, invece, passava del tutto inosservata. Come quella delle foglie nei mazzi di fiori. Ci sono, ma non si notano. Eppure se non ci fossero, il mazzo non sarebbe lo stesso. I fiori sembrerebbero nudi, svestiti. Perché sono le foglie a far risaltare i fiori, la loro forma, il colore. Ma il centro rimangono i fiori.
Insomma, il mio problema è che mi controllo troppo. Me l’hanno detto in tanti. Ma nessuno mi ha spiegato come si fa a controllarsi di meno, altrimenti magari ci avrei provato. Basta lasciarsi andare, dicono. Ma io, se mi lascio andare, o cado o rimango dove sono. E poi non sono certo che se mi controllassi di meno, da foglia diventerei fiore, da periferia, centro.

Ieri pomeriggio sono andato all’ufficio postale. Mentre aspettavo il mio turno è entrata una ragazza che avevo incrociato qualche volta nella sala d’attesa del dentista. L’ho salutata e lei si è avvicinata. Le ho chiesto: “Come stai?” L’ho fatto più che altro per gentilezza, se devo essere onesto. E lei mi ha risposto che stava bene, che non pensava più di suicidarsi, che era riuscita a lasciare il suo ragazzo dopo tre anni d’inferno, che da quando l’aveva lasciato aveva ripreso a vivere, che adesso usciva con un altro più maturo e comprensivo, che, come potevo constatare coi miei occhi, il suo fisico era rifiorito e soprattutto che la vita è una ruota e lo voleva dire a tutti, anche a me. Io l’ho ringraziata e ho espresso un imbarazzato apprezzamento per la sua nuova missione ecumenica, poi è venuto il mio turno allo sportello e l’ho salutata.
Mentre l’impiegato mi restituiva i bollettini, ho pensato che se lasciarsi andare significa raccontare ai quattro venti i propri tormenti, preferisco restare controllato e tenermi tutto dentro. Ero talmente preso dal mio ragionamento che me ne sono venuto via senza neanche ringraziare l’impiegato, che avrà pensato che sono proprio un maleducato.
Poi stamattina, appena sveglio, mi è tornata alla mente quella ragazza, di cui non ricordo neppure il nome. Ma so che si voleva suicidare e non l’ha fatto. Mi sono chiesto perché abbia sentito la necessità di dirlo a me. Forse aveva bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione, e ha scelto me per rendermi parte di quel centro. Il suo, insomma, potrebbe essere stato un gesto di generosità nei miei confronti. Complice la sua esperienza, potrebbe aver capito da che parte sta girando la ruota della mia vita e si è sentita in dovere di ricordarmi che, prima o poi, prenderà a girare nel verso giusto anche per me. Ma io avrei preferito incrociare uno sguardo sconosciuto e sfrontato, capace di togliermi dalla testa la frustrante convinzione di essere visto da tutti come un individuo completamente asessuato, senza centro e incapace di entrare mai in competizione. Se non con me stesso.
Io mi sento al centro solo quando ho qualcosa che non va. Una macchia sulla camicia. Una calza per colore. La tosse o il singhiozzo. In quei casi ho l’impressione che tutti i riflettori, che normalmente illuminano gli altri, improvvisamente puntino nella mia direzione, per regalarmi il massimo imbarazzo possibile. Una sensazione orrenda. E allora l’unico desiderio che provo è che si spengano al più presto per restituirmi al mio anonimato.
Dicevo che il ragazzo appoggiato al bancone del bar, era vestito più o meno come me. Ma lui sembrava appena uscito da una stireria. Io no. Eppure la mia camicia era meravigliosamente apprettata quando l’avevo presa dall’armadio. E lo sarebbe stata ancora per un po’ se non mi fossi innervosito a cercare le chiavi della macchina che un attimo prima avevo in mano e poi erano sparite. Le avevo prese dal cassetto. Poi ero andato in cucina a bere e le avevo in mano. Dopodiché mi ero infilato le scarpe e le chiavi non c’erano più. Allora avevo rifatto tutto il giro della casa: camera, bagno, cucina, ingresso. Più volte. Ma le chiavi non saltavano fuori. Sul cellulare mi arrivavano sms che dicevano: “Dove sei finito?”. Stavo chiamando Luca per chiedergli se poteva passarmi a prendermi lui, quando ho riaperto il frigo per prendere la bottiglia d’acqua. La bottiglia non c’era, l’avevo lasciata poco prima sul tavolo; al suo posto c’erano le chiavi. Le ho afferrate e mi sono precipitato in garage a prendere la macchina. Nel frattempo avevo accumulato quindici minuti di ritardo. E quando sono arrivato nel locale, del ferro da stiro mi era rimasto addosso solo il calore.

Qualche mese fa ho incontrato un mio ex compagno di scuola. Eravamo stati insieme alle superiori per un paio d’anni, non di più. Sedeva nel banco davanti al mio e ricordo di aver rischiato più volte di venir beccato dalla professoressa mentre gli passavo le risposte durante i compiti in classe di storia. Per cui quando l’ho visto, l’ho salutato chiamandolo per nome. Lui mi ha guardato un po’ meravigliato e ha detto che aveva l’impressione di conoscermi ma non riusciva a collocarmi nei suoi ricordi. Il mio nome non gli diceva niente. Allora gli ho spiegato che eravamo stati compagni di classe e per rinfrescargli la memoria gli ho raccontato che gli passavo i compiti e via dicendo. Niente. Buio completo. Per aiutarlo ho aggiunto che in classe con noi c’erano Betty, Patty, Daniela e  Massimo. A quel punto si è illuminato e ha cominciato a far sì con la testa. Di loro si ricordava, eccome. Di me no. Me l’ha anche ripetuto, cosa che forse poteva anche risparmiarsi. Ma non importa. Non mi ha offeso. Mi ha aiutato a capire una cosa fondamentale. Se nasci foglia non diventi fiore. Se sei periferia non ti trasformi in centro. Neanche con il tempo. 


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