Il lunedì è per tradizione serata di riposo per teatri e attori.
Ma questa sera 27 giugno, le porte del Teatro Litta sono aperte e Gaetano Callegaro, Nicoletta Cardone Johnson e Jenny De Cesarei sono sul palco. Davanti a un leggio, illuminati da un occhio di bue, leggono i sei racconti che hanno vinto il concorso di fine anno della scuola di scrittura di Laura Lepri.
E’ una tradizione, ormai, questa della serata finale e la preparazione comincia in primavera. Ogni anno, qualche tempo prima della fine delle lezioni, Laura Lepri sceglie un titolo, gli allievi del primo e del secondo anno cominciano a lavorare ai loro racconti, una giuria del Teatro Litta ne seleziona sei e chi vince sente la propria storia, i personaggi che ha creato, prendere vita grazie alla voce di un attore.
Il piacere di un tuo racconto ben letto su un palco, in un teatro vero, davanti a un pubblici attento, è un piacere che chi ama scrivere deve, vuole provare almeno una volta nella vita.
Forse è per questo che stasera il teatro Litta è pieno, nonostante sia una serata calda, caldissima, di quelle che mettono a dura prova la pressione di chiunque.
In verità quest’anno c’è qualcosa di più rispetto al passato: un libricino nero come i quaderni di una volta, sulla copertina un’etichetta bianca e in mezzo all’etichetta un bel titolo, “Bugie”.
E’ questo il tema attorno al quale si sono cimentati i suoi allievi. Il libricino nero contiene infatti i sei racconti selezionati.
Ora, il piacere di un tuo racconto ben impaginato, pubblicato, letto da qualcuno che ha davvero voglia di leggerlo è un piacere che chi ama scrivere deve, vuole provare almeno una volta nella vita.
Forse è per questo che gli allievi sono così soddisfatti, nel foyer del teatro, prima che il reading cominci, seduti in platea mentre gli attori leggono, a fine spettacolo, quando i vincitori salgono sul palco a ricevere sacrosanti, meritati, sudati applausi.
Soddisfatta è anche Laura Lepri che nel ringraziare tutti quelli che hanno lavorato con lei non dimentica di definire la sua scuola “un laboratorio di falegnameria”.
In falegnameria per costruire buoni tavoli, sedie solide, occorrono umiltà e passione, cura per il dettaglio e considerazione per tutto, anche per il chiodo che tiene insieme due assicelle.
Gli allievi sembrano averlo imparato, continueranno a impararlo, perché l’anno prossimo ci saranno altri corsi di scrittura, un’altra serata come questa, un altro libricino nero con l’etichetta bianca e un bel titolo scritto in centro.
Il racconto premiato dalla critica.
Previsioni del tempo.
di Andrea Ruffini
Se qualcuno a quell’ora della notte avesse attraversato la sala dell’osservatorio nell’istituto di astrofisica avrebbe potuto vedere una serie di scrivanie illuminate dalle luci al neon. Sulle scrivanie i computer rimanevano accesi tutta la notte anche quando la sala si svuotava. Le immagini sui monitor erano impostate dai ricercatori e iniziavano a scorrere sugli schermi alla sera quando i calcolatori non erano utilizzati. Uno sguardo attento a queste immagini avrebbe potuto cogliere con buona approssimazione alcuni aspetti del carattere dei ricercatori: la terra in rotazione attorno al suo asse poteva indicare una mente appassionata che non si concedeva distrazioni anche durante le pause; le immagini di paesi o di animali esotici erano il segno di una attenzione alla natura; la ripetizione logica di figure astratte poteva essere l’indizio di una passione per il calcolo e la matematica. Solo uno di quegli schermi era spento. Era quello Alice Collini, professoressa e responsabile del dipartimento.
Quella sera Alice era uscita presto. Come al solito aveva lasciato la scrivania in ordine, aveva spento il computer, si era liberata del camice bianco, aveva raccolto i capelli lunghi in una treccia e aveva aggiunto un po’ di rossetto alle labbra. Prima di uscire era passata da uno dei suoi assistenti e con lui si era diretta verso l’ascensore.
“Ho visto le ultime foto trasmesse dal satellite” disse Alice.
“Sì, sono state scattate un’ora fa” disse il giovane prenotando l’ascensore.
“Credo sia il caso di proseguire con i calcoli della traiettoria dell’orbita, abbiamo bisogno di più informazioni” disse Alice nel momento in cui le porte si aprivano.
“Certo, credo di poter terminare domani …” le porte non si erano ancora chiuse quando Alice fece scivolare la sua mano lungo il braccio del ragazzo fino a incontrare le sue dita gelide. Lei si avvicinò premendogli i seni contro il petto e gli coprì la bocca con la sua. Non impiegarono molto a raggiungere l’appartamento di Alice, appena la porta fu chiusa a chiave lui la abbracciò e lei sentì che il corpo del ragazzo stava tremando.
Alla mattina Alice si svegliò sudata e si accorse di avere il braccio incastrato sotto la schiena del suo assistente. Cercò di liberarsi facendo leva con l’altra mano. Mentre eseguiva questa operazione guardò il ragazzo che continuava a dormire. Non era sicura di quella relazione: era più giovane e, a giudicare da come si comportava, era più coinvolto di lei. Non sarebbe durata, ne era sicura, i giorni successivi si sarebbe preoccupata di chiarire le cose per evitare inutili illusioni.
Si alzò, fece una doccia, si vestì e preparò un caffè, sedette al tavolo della cucina, accese il computer e iniziò a rileggere l’articolo che stava preparando:
“I risultati delle ricerche condotte dall’istituto di astrofisica di Bologna evidenziano che una serie di fenomeni concomitanti porteranno a uno stravolgimento del clima su tutto il sud dell’Europa …”.
Come inizio poteva andare, sorseggio il caffè e proseguì nella lettura.
“I dati rilevati dal satellite mostrano che alcuni frammenti di un meteorite interferiranno con il campo …”.
Gli occhi scorrevano veloci sullo schermo, la spiegazione sembrava chiara.
“… si prevede quindi uno spostamento dell’asse di rotazione terrestre con una conseguente modificazione dell’attrazione gravitazionale sulle masse d’acqua …”.
Era concentrata sull’articolo quando la voce del giovane assistente la interruppe:
“Non credi che questa storia sia pericolosa?”
“In che senso?”
“Mah, potrebbe creare paure inutili, la protezione civile è in allarme, e consiglia di non uscire nei prossimi giorni se non è necessario”.
“Non vedo perché mi debba preoccupare, lo scopo del nostro lavoro è scientifico, noi cerchiamo di osservare e interpretare quello che vediamo”.
“E’ appunto sulla nostra interpretazione che ho dei dubbi …”.
“Questo significa che hai dei dubbi sul nostro ruolo, in fondo fino a oggi le nostre previsioni si sono sempre rivelate corrette”.
Alice era sicura di quanto stava affermando, in fondo gli strumenti a loro disposizione erano affidabili. Quando guardava le foto della terra, quello che vedeva erano solo gli elementi di un sistema: la curvatura sferica dell’orizzonte, la macchia verde delle foreste, l’azzurro degli oceani. Tutto questo non suscitava in lei stupore, ma solo la voglia di capirne il funzionamento, come un esperto di meccanica di fronte a un motore. In fondo, pensava, i fenomeni in natura possono essere descritti da poche leggi semplici. Certo, c’era chi queste leggi non le considerava, bastava leggere le pagine di cronaca di un quotidiano per capire che esistevano cose inspiegabili: c’era chi consumava il suo patrimonio scommettendo senza valutare la scarsa probabilità di vittoria, chi, dopo aver ascoltato le notizie di un giornalista forse sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente, aveva creduto allo sbarco sulla terra di un disco volante proveniente da Marte, chi poi pensava di guarire da un raffreddore utilizzando l’imposizione delle mani.
Alice spense il computer, indossò un paio di scarpe comode e uscì di casa, con passo veloce raggiunse la pasticceria, comprò due brioche, e si fermò poi dal giornalaio per comprare il giornale. Tornando in casa incominciò a sfogliare le pagine di cronaca. Fu a quel punto che le tornò in mente suo padre. In effetti non si sarebbe stupita di trovare in quelle pagine una notizia su suo padre. Chissà dove era finito il vecchio, ormai era un anno che non si vedevano.
Nel reparto di ortopedia dell’ospedale di Bologna, il signor Roberto Collini, dopo un sonno disturbato dagli effetti della anestesia si stava svegliando. Cercò di aprire gli occhi. Il primo tentativo fu un disastro: solo uno sfondo bianco, luminoso, e una sagoma azzurra in movimento. Riprovò di nuovo e, come nel regolare il fuoco di un obiettivo, incominciavano a delinearsi alcuni particolari: l’azzurro era quello del camice indossato da un infermiere. A giudicare dalla quantità di azzurro quell’infermiere doveva avere qualche chilo di troppo: indossava dei guanti e il colore del viso, i cui particolari erano ancora indefiniti, era piuttosto scuro. Vide la sagoma avvicinarsi, sentì un forte odore di alcool e una sensazione di fresco: il ragazzo gli aveva inforcato un termometro sotto l’ascella. Si risvegliò dopo due ore e riprovò con gli occhi. Le cose andavano meglio, poteva vedere che nella stanza non era solo: alla sua sinistra, su un letto, un vecchio magro, con un naso dal profilo arabo e pochi capelli grigi era intento nella lettura di una rivista.
Se il signor Collini avesse raccontato ai compagni di corsia come era finito in ospedale non gli avrebbero creduto. Comunque ne era valsa la pena, l’unico rammarico era aver dovuto abbandonare sul più bello. Certo, chi l’aveva visto alla festa avrebbe potuto dire che solo un esibizionista, a sessant’anni, poteva mettersi a competere con i figli degli ospiti in una gara di tuffi.
Lui, però, non l’aveva fatto per mettersi in mostra. Era la voglia di fare una cosa che aveva provato poche volte anche da piccolo, e il desiderio di sentire l’acqua fresca sulla pelle.
Tutto sommato gli era andata anche bene, e non era stato poi del tutto incosciente, un pò di calcoli li aveva fatti: nei primi tuffi era stato prudente, aveva valutato che, visto l’altezza dell’acqua, l’angolo di impatto con la superficie non doveva essere eccessivo, circa trenta, quaranta gradi, e la spinta doveva essere energica in modo da sfruttare l’inerzia del suo corpo una volta sotto. Per cinque o sei volte tutto era andato bene, fino a quando, forse preso dall’euforia aveva perso la concentrazione. Si era preparato all’inizio della pedana, aveva fatto due passi e, con i piedi paralleli aveva spinto sulle gambe. Aveva veleggiato in aria per qualche frazione di secondo prima di entrare nell’acqua, ma proprio negli istanti che precedevano l’impatto capì che qualcosa non stava funzionando. Dopo, i ricordi erano confusi: si era accorto di aver toccato il fondo con la testa e di avere un leggero dolore al ginocchio. Gli sembrava che tutto si fosse risolto al meglio fino a quando una volta riemerso, aveva visto negli occhi dei suoi giovani sfidanti una espressione di orrore. Lui aveva sorriso senza accorgersi che una riga di sangue gli era colata veloce dal naso sulla bocca e si era divisa tra le fessure dei denti bianchi rendendo la sua espressione ancora più raccapricciante. Frattura netta del setto nasale, commozione celebrale, rottura del menisco del ginocchio destro, trenta giorni di prognosi.
L’idea che l’avrebbero riaddormentato per il secondo intervento al ginocchio non piaceva al signor Collini: la notte successiva decise di scappare dall’ospedale.
Uscì salutando la guardia che lo scambiò per un dottore. Il cielo era scuro e alcuni fulmini si facevano strada tra le nuvole fermando come in una fotografia le vie della città. Iniziò a piovere e fu costretto a rifugiarsi in un bar.
Il signor Collini si sedette e ordinò una birra, vicino a lui un ragazzo stava giocando a biliardo. Capelli lunghi fino alle spalle (non molto puliti), barba incolta, pantaloni di lino sformati sulle ginocchia, una camicia bianca con le maniche rimboccate fino sotto i gomiti.
Il signor Roberto si avvicinò, prese una stecca, strofinò la punta con un gessetto e, mentre provava a colpire, disse:
“Allora …, la protezione civile consiglia di stare in casa”.
“Sa, la radio ha previsto anche dei terremoti oltre ai nubifragi; in caso di terremoto è meglio stare fuori casa, e rimanere vigili. Vede quel lampadario?”
Il ragazzo stava indicando la struttura appesa al soffitto con delle catene che serviva per l’illuminazione del panno verde del tavolo. Roberto si accorse di un filo che scendeva dalla struttura e finiva con una piccola sfera di metallo.
“Ecco, vede, io starò qui tutto il giorno, berrò caffè per rimanere concentrato, e farò qualche colpo con la stecca che tra l’atro non ho mai usato, e in caso di terremoto mi accorgerò subito delle vibrazioni perché il lampadario oscillerà e la campanella che ho appeso inizierà a suonare, a quel punto uscirò sul piazzale”.
“Oh, è molto ingegnoso, quindi per tutto il tempo non si muoverà di qui?”.
“Certamente no!”
“Non è un po’ noioso se uno non sa giocare?”
“Be’, per ora non mi viene in mente niente di meglio”.
“Sa cosa mi piace del biliardo? disse Roberto.
“No, non ne ho idea”.
“Guardi, lei può colpire in centro, ottenendo un colpo veloce e potente, oppure” e posizionò la pallina “può colpire sotto, per un colpo lento e preciso” mise due palline da parti opposte rispetto ai birilli centrali “ma la cosa più importante non è stabilire dove andrà la palla colpita, ma dove si fermerà la palla che colpisce”. Roberto si concentrò, fece oscillare la stecca impugnandola con la mano destra e appoggiandola sul dorso della sinistra, e fu quando sferrò il colpo che un dolore acuto al ginocchio lo fece accasciare, cercò di aggrapparsi alla sponda del tavolo ma fu inutile, finì a terra urlando, tenendosi con le mani il ginocchio.
“Devo chiamare una ambulanza?”
Roberto guardò il giovane sorridendo e pensò che di certo in ospedale non sarebbe tornato.
“Inviamo il presente messaggio firmato dai ricercatori del dipartimento per protestare contro il vostro servizio di informazioni che ha divulgato false notizie circa la possibilità che i recenti previsti fenomeni atmosferici potessero essere causa di terremoti.”
Iniziava così la lettera che Alice stava scrivendo alle principali reti televisive. Quando fu a metà il telefono squillò. Ci fu un attimo di silenzio, scrisse sul foglio l’indirizzo, prese il soprabito e uscì.
Mentre attendeva il taxi, sembrò che la pioggia insistente potesse concedere una tregua, arrivata a destinazione il vento era cessato e il cielo più chiaro, quando entrò in quel bar lo vide a un tavolo. Stava discutendo con una anziana signora.
Quando la vide lui urlò al cameriere:
“Una birra per la ragazza!”
Poi disse:
“ti presento la signora Roger, Miss Margaret Roger per l’esattezza, pittrice, si è sempre occupata di astratto, ma ora i suoi soggetti sono molto diversi …”.
Alice non chiese spiegazioni, si presentò, sedette, e rimase ad ascoltare mentre suo padre parlava con quella donna. Lui gesticolava in modo frenetico come se le parole non fossero sufficienti.
Dopo i primi sorsi di birra Alice notò che una luce calda che entrava dalle finestre del bar illuminava gli occhi azzurri di suo padre. Quella sera sarebbero tornati a casa insieme.
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