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Racconti allievi

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Un bastardino rossiccio

di Matteo Bonacina, II° livello - 15/02/2006

Vengo qui sotto questo lampione storto quando ho voglia, a volte subito dopo la scuola. Una macchina scorre veloce davanti a me, non faccio in tempo a vedere il mio riflesso nel finestrino incenerito dal sole del pomeriggio ma so di essere bellissimo. L’aria mi soffia dritta in faccia e mi colpisce come uno schiaffo gentile. Ho il naso in fiamme. Cammino avanti e indietro stretto in jeans strizza chiappe e stivaletti a punta, le calze a rete che mi solleticano, ridacchio in aria e tiro una boccata di sigaretta. Ho voglia di un chupa chups.
Mi sposto verso la strada e metto le chiappe in fuori, 48 chili spalmati su 1 metro e 70, asciutto come una lucertola, le spingo in fuori più di quanto posso, sento il tessuto sottile dei jeans tendersi in mezzo al culo. Non voglio altro.

Un tizio accosta. Non lo guardo in faccia, non guardo mai in faccia. Il motore della sua macchina fischietta di fianco a me, ogni tanto sento qualche altra auto sfrecciare sul viale. Sento i suoi occhi che mi frugano, l’incudine del desiderio su di me. Trattengo a stento un sorriso e mi accendo un’altra sigaretta, la mia camicia di raso lucido scivola un po’ e un pezzo di spalla salta fuori. Cammino. L’auto mi segue mentre mi muovo, so che i suoi occhi stanno passando dalle mie gambe su lungo il culo e ora si stanno fermando lì, sulla spalla nuda. So che sta sognando il mio petto liscio e rosa. Mi giro. I miei capelli mi stanno sugli occhi come una tendina, io ci guardo attraverso, faccio finta di nulla e fisso sopra l’auto l’orizzonte degli edifici piatti davanti a me, aspiro e la sigaretta mi brucia in gola. In quel momento il tizio sull’auto accelera di colpo, la macchina fa un balzo in avanti reinserendosi nella carreggiata e io rimango lì con le narici sfrigolanti ritto a fissare le lucine rosse della macchina che si allontana.

Avrei dovuto portarmela dietro un po' di gingillina, ora sento tutto il freddo e so che tra poco il naso inizierà a sanguinare. Mi appoggio al lampione spento, di traverso, sceso l’effetto della gingillina, scese le forze, le auto continuano a correre veloci davanti a me come biglie di un flipper scoppiato. Un gruppetto di ragazzi attraversa le strisce pedonali di corsa, il semaforo poco più avanti è verde e loro schivano per un pelo le auto che suonano impazzite. Arrivano sul mio marciapiede ancora ridendo, tutti abbracciati e rossi in viso. Tre ragazze e due ragazzi. Le ragazze sono molto belle, indossano gonne corte, viola e stivali alti. Ma voi siete pazzi! Dice quella al centro, ha occhi grossi come noci, Per poco non ci facevate uccidere. Ride. Anche gli altri ridono. Uno dei ragazzi le dice, Lo sai che piuttosto mi facevo uccidere io, no? Le strizza anche l’occhio.
Quando hanno finito con la loro commedia da due soldi, finalmente guardano dove camminano e vedono me. All’improvviso si fanno tutti seri, dalle facce sparisce ogni traccia di scherzo, sono ancora rossi e affannati in viso ma si zittiscono, si stringono un po’ di più tra loro, due ragazze si mettono a braccetto di quello che si sarebbe fatto uccidere, passano oltre. Io faccio finta di non averli visti, alzo lo sguardo e fisso il cielo, mi rendo conto che è ottobre perché sta già facendo scuro, quando sento che loro sono lontani smetto di fissare in alto e li guardo camminare di spalle, rigidi, stretti l’uno all’altro come legno marcito nell’acqua.

Un fuoristrada si ferma, è blu, imponente, con i vetri scuri. Io come al solito non guardo.
- Ehi, - dice la voce dall'interno dell’auto. Una voce nasale.
- Ehi - dico io, e non mi muovo da dove sono. Se lo sogna che sposto il mio bel culetto per lui.
- Puoi venire qua? Per favore - aggiunge visto che non mi sono ancora mosso.
Io faccio un paio di passi verso l’auto, il finestrino calato di due dita, - Sei l’uomo dei misteri? – dico fissando il vetro scuro. Per qualche secondo non sento nulla, poi un rumore elettrico e dopo un viso che si piega verso di me. Lui ha capelli corti, più neri che grigi, occhialetti tondi tipo John Lennon e una giacca di velluto a costine. Mi guarda e tossisce, - Posso avere la tua compagnia? - dice.
- Dipende da quanto offri - faccio io, mi spingo in avanti poggiando le mani sul fuoristrada.
- Non è un problema – dice lui.
- Duecento! - sparo io. Andrebbe bene la metà.
Lui dice – Va bene. Poi senza muoversi dal posto di guida fa scattare la portiera dal lato passeggero che si apre silenziosa e meccanica come dicono accade nelle case piene di fantasmi.

- Come ti chiami?
- Cindy, – dico io.
- Cindy – ripete.
Mastico la gomma a bocca aperta e fisso dritto davanti a me.
- Sei un maschio o una femmina?
Io scosto un po’ le punte dei capelli che mi cadono sugli occhi.
Mi giro e lo guardo negli occhi - Dipende - dico.
Lui mi guarda con la coda dell’occhio.
Io continuo a guardare davanti a me, la città vista da qui sopra sembra una bambina intimidita.
- Posso chiederti una cosa? – dice lui.
- Se paghi puoi chiedermi tutto – dico io. Mi giro e gli faccio l’occhiolino.
- Scusa – dice lui. – Hai ragione. Mette una mano all’interno della giacca e tira fuori una graffetta d’oro che stringe alcune banconote da cento e duecento euro. Ne scalza una da duecento e me le allunga. – Tieni – dice.
- Grazie. Metto via i soldi nella tasca dei jeans, lo guardo: la schiena aderente al sedile in pelle, la nuca che sfiora il poggiatesta. - Spara pure – dico.
Lui non dice niente, dà un’occhiata nello specchietto retrovisore e continua a guidare tenendo le mani a ore dodici. Io sollevo le spalle, - Come vuoi, – dico. - Ti va una gomma? – mi metto a frugarmi in tasca.
- No, ti ringrazio – dice. Sorride.
- Puoi svoltare qui a destra – dico io sollevando la testa, indico un lungo viale alberato. – Alla rotonda vai dritto.
- Ok – dice. Io butto la gomma vecchia dal finestrino e me ne ficco una nuova in bocca. E’ zuccherosa e sa di fragola. - Di qui, di qui! - salto su visto che ha già passato la rotonda.
Lui fa inversione, fa quello che gli dico: porta la macchina nello spiazzo di cemento dietro alla fabbrica di tessuti chiusa. – Vai là, – dico indicando la cabina dell’elettricità nell’angolo. Lui obbedisce e ci parcheggia dietro.
Mi tolgo gli stivali e mi giro verso di lui, - Allora? – dico con un sorriso.
- Mi piacciono le tue lentiggini – dice lui, e mi sfiora la punta del naso con il polpastrello.
- Grazie.
- Mi piacerebbe conoscerti.
- Conoscermi? Ah, ok, – dico. - Che vuoi sapere?
Lui alza lo sguardo, solleva un dito in alto e sfiora il grigio rivestimento lanuginoso dell’auto - Hai un padre? – dice.
Io spalanco gli occhi – Certo che ho un padre. Tutti lo hanno, no?
- Bè, non tutti. - Lui abbassa il dito dal rivestimento dell auto e fissa davanti a sé, attraverso il parabrezza. – E ti vuole bene tuo padre? – dice.
- Sì – dico io guardandolo. - Penso di sì.
- Anch’io voglio bene a mio figlio, sai? – dice lui voltandosi all’improvviso verso di me. – Dario – dice.
- Si chiama Dario?
Lui fa su e giù con la testa. – Tu gli somigli, sai?
- E’ un bel nome, Dario – dico io.
- Già, lo so. - Per un po’ stiamo in silenzio, ci guardiamo, poi lui si avvicina al mio sedile e inizia a baciarmi, da allora, e per tutto il resto del tempo, io chiudo gli occhi e penso di essere un delfino flessuoso e aggraziato.

Il lampione ora si sta accendendo, piano piano la sua luce pigola contro il cielo scuro come inchiostro, la sera che fa colazione del giorno. Mi lascio la strada alle spalle, cammino verso casa. Sono stanco: gli stivali mi strizzano i piedi e la schiena mi sembra trapassata da pugnalate di ghiaccio. Il vento mi fischia sulle orecchie. Penso a quello che devo fare domani, a scuola mi sembra ci sia un compito in classe, al solo pensiero mi viene il vomito, però se mi faccio telefonare ancora a casa per dire che non sono andato mio padre questa volta mi sbatte fuori.
Sollevo il colletto della camicetta e mi ci stringo dentro, ho freddo. Un cane sbuca fuori da dietro l’angolo, è un bastardino rossiccio non molto grande, si guarda intorno per un secondo sventagliando la coda, poi trotterella attraverso la strada per nulla intimorito dalle macchine che sopraggiungono. In effetti però non arriva nessuna macchina, la strada è vuota, l’aria sospesa e silenziosa. Fisso il culo del cane, la sua coda alta, ritta, perpendicolare al corpo rossiccio, penso che papà non lo farebbe mai davvero. Certe volte me l’ha urlato quando ho un po’ esagerato, ma non lo farebbe. Mi giro, accelero il passo, ho voglia di arrivare in fretta, mi apro la camicia e lascio che l’aria mi colpisca in pieno sul petto. Se riesco ad ammalarmi, non ho bisogno di nessuna scusa.

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