Mia moglie mi lasciò una domenica pomeriggio mentre ero steso sul divano, in tuta, con la barba non fatta e il telecomando in mano. Attese per dirmelo uno dei brevi intervalli di lucidità che intercorrevano tra un crollo e l’altro del capo: in giù, all’indietro e a volte anche di lato. Aveva preparato tutto in silenzio, e con la sua solita efficienza in pochi minuti era fuori di casa e dalla mia vita.
Seguirono mesi all’insegna di un degrado inarrestabile che ebbe il suo epilogo quando, una mattina, mi trovai fuori dall’uscio la portinaia. Aveva una specie di sorriso da assassino che ti dà il colpo di grazia e mi agitava sotto il naso un telegramma: ero stato licenziato. Me l’aspettavo e tutto sommato il contraccolpo fu accettabile, in fondo non ce la facevo più con i colleghi e la mia capa ormai mi considerava alla stregua di un virus influenzale. Avrei tirato avanti con la liquidazione: “Poi si vedrà”, mi dissi a voce alta mentre accartocciavo il telegramma e lo buttavo in un cestino sbagliando la mira.
Era la sera il momento più duro e per non farmi sopraffare dal magone avevo preso l’abitudine di uscire. Controllavo dallo spioncino che il pianerottolo fosse vuoto e infilavo le scale sempre deserte dal momento che tutti usavano solo l’ascensore. Prendevo la macchina, che lasciavo apposta per strada, e cominciavo a girare senza meta, fino all’alba, per tutta Milano. Avevo solo due stazioni fisse in quella Via Crucis nottambula: l’Istituto Tecnico dove mi ero diplomato, dalle parti di Porta Ticinese, e la casa dove viveva la mia prima ragazza, il mio primo grande amore, dalle parti di Porta Venezia.
Assistevo così ogni notte alla metamorfosi della città: gli industriali e i banchieri lasciavano il comando ai mafiosi e ai rapinatori facendo in modo che, pur con diverse (ma non troppo) modalità, il denaro continuasse a circolare nelle arterie più profonde della metropoli senza soluzione di continuità.
Fintanto che le puttane e gli spacciatori del giro importante andavano a pieno ritmo non si avvertivano particolari pericoli, anche in queste circostanze era bene salvaguardare il cliente. Quando però il movimento calava i rischi aumentavano. Allora spuntava quella feccia alla quale venivano lasciate le briciole della notte: qualcuno sperava nell’ultima marchetta, altri si aggiravano come lupi randagi e ogni occasione sarebbe stata buona per far passare di mano la proprietà di qualsiasi cosa avesse anche un minimo valore. Erano facce che ti facevano capire che la tua vita valeva meno di una moneta buona per il carrello del supermercato.
Nonostante ciò quel mondo in antitesi, solo superficialmente percepibile, esercitava su di me lo stesso fascino che le acque buie e misteriose hanno su un subacqueo in caccia di antichi tesori. Naturalmente venne il momento di pagare il prezzo della curiosità.
Avevo parcheggiato su un marciapiede in zona Centrale, camminavo, l’unico rumore era quello prodotto dalla suola delle mie scarpe che faceva eco contro le facciate delle case buie. Appena il tempo di intuire alle mie spalle un’ombra silenziosa che un colpo secco, alla nuca, mi tolse ogni forza vitale e un lampo fu l’ultima cosa che vidi.
Sognai di essere sott’acqua e di nuotare senza bisogno di respirare, ma l’aria mi mancò all’improvviso e così urlai di disperazione spalancando la bocca. Miracolosamente l’ossigeno entrò. Respiravo, l’acqua si dissolveva, stavo recuperando coscienza, volevo aprire gli occhi ma le palpebre erano piombate. Tentai di alzare la testa ma una fitta lancinante tra capo e collo mi fece stramazzare. Poi, prima di vederlo, sentii la sua puzza e la sua voce catarrosa.
- “Uei Carlo sta tranquil, hai preso una bella botta!”.
Provai a parlare, ci riuscii senza grosse difficoltà anche se udii una sorta di rantolo.
- “Ma chi sei? Come sai il mio nome? Dove cavolo siamo?”
Mi sentii sollevare di peso da due manone che mi afferravano sotto le ascelle.
Ero seduto su qualcosa di morbido mentre la schiena adesso era appoggiata a un muro. La testa ricominciava a funzionare e il dolore si era attenuato, provai di nuovo a sollevare le palpebre. A trenta centimetri dal mio viso c’erano due occhi scuri e lucidi sormontati da sopracciglia bianche e foltissime. Anche la barba era bianca e i capelli sembravano un groviglio inestricabile, i denti gialli, interrotti dal buco lasciato da un incisivo, si vedevano appena e il tanfo dell’alito si mescolava a quello emanato dal resto del suo corpo massiccio. Provai a resistere a un conato di vomito cercando di spostare un po’ la testa in una direzione da cui pescare aria meno schifosa.
“Uei Carlo come la và, io sono Vincenzo, Vincenzino per chi mi conosce. Il tuo nome l’ho letto sulla patente, il randagio che ti ha rapinato ha gettato subito via il portafogli vuoto, a proposito, tieni, te lo metto in saccoccia”.
“Ah, grazie”, cominciavo a recuperare quasi tutti i sensi. Mi guardai attorno.
Eravamo in una stanza spoglia dai muri scrostati, la luce arrivava da una parete sulla quale era fissata una lampada industriale, quelle con il vetro rigato protetto da una gabbia di tondini di ferro, agli angoli del soffitto penzolavano, come orrendi festoni sbrindellati, grosse ragnatele nere di polvere. Ero seduto su un materasso liso ma ancora abbastanza consistente, ce n’erano altri in quella stanza, tutti stesi per terra, sopra di essi alcune figure si stavano mettendo a sedere e guardavano nella mia direzione. In tre si erano alzati e adesso il loro sguardo incuriosito faceva capolino dietro la mole di Vincenzino, il loro aspetto era molto simile al suo.
Erano tutti strani però. Benchè apparissero trasandati non erano cenciosi. Anzi. Indossavano abiti dimessi ma non logori o stracciati, uno aveva persino una cravatta anni ’60. Vincenzino riprese a parlare, il suono della sua voce era come trasportato sulla cresta di una palpabile onda di fetore.
“Siamo sotto i binari che entrano in stazione hai presente? È un posto abbandonato, non viene più nessuno, si vede che non serve più e a noi ci va bene. Hanno lasciato anche un sacco di materiali che ogni tanto un amico viene a ritirare, il prezzo lo fa lui ma a noi ci va bene. Adesso però abbiamo paura degli albanesi e dei marocchini, se ci scoprono si portano via tutto, e questo cazzo di governo che non fa niente!” I tre che stavano dietro Vincenzino approvavano seri ciondolando i loro testoni arruffati.
“Uei Carlo, sei matto a girare di notte da queste parti?”
“E’ una storia lunga”.
“Donne eh?” ghignò. Poi tirò fuori una foto sgualcita. Era fatta con una Polaroid, mostrava un bambino dallo sguardo dimesso come i suoi calzoncini di una taglia in meno e la maglietta eccessivamente larga sul collo. Ai piedi però aveva un paio di scarpe tipo Nike Silver che spiccavano lucenti e improbabili, dietro di lui la lieve risacca di un mare calmo cullava una bottiglia di plastica bianca. Poteva avere una dozzina d’anni.
“Si chiama Rigge, è mio figlio”, il suo faccione si distese in un sorriso amorevole.
“Rigge?” chiesi incuriosito.
“E’ per via della mia ex, si era intestardita con questo nome, lei era dura come il muro, non c’era troppo da discutere e così andai all’anagrafe a registrarlo. Quando tornai in ospedale con il certificato di nascita cominciò a insultarmi in calabrese stretto, rovistò nel comodino, sfogliò una rivista e mi mostrò col dito una scritta sotto una foto, lei intendeva erre, i, di, gi, e… Ridge, quello di biutifiul … sai…la telenovela”.
Dovetti ridere tenendomi il collo per via delle fitte e l’atmosfera si distese come tra vecchi amici. Uno dei tre, quello con la cravatta, si fece coraggio e avanzò in primo piano. Scoppiava a ridere da solo come se pensasse a una barzelletta, e infatti: “Aggio inventato ‘na barzelletta”, moriva dalla voglia di raccontarla e continuò di filato, “sai che i barboni dormono coperti da fogli di giornale no? Quelli più ricchi li riconosci perché si coprono con Vogue, Il Sole 24 Ore, Millionaire... uno è bruciato vivo… ha dormito con Focus…”. Dopo un attimo di silenzio, con lui che ammiccava fiducioso nella risata generale, si beccò da Vincenzino un “…ma và a cagare!” e fu cacciato dagli altri a calci nel sedere.
Mi fecero uscire da una porticina nascosta che dava su una via poco frequentata. C’era un bel sole, in alto si sentiva un treno che procedeva lento sugli scambi, il rumore del traffico arrivava soffocato. Ritrovai la macchina con una multa per divieto di sosta: “Bentornato nel mondo!”, alzai la voce, alcuni passanti si girarono verso di me come sentendosi chiamati in causa.
Dall’espressione della portinaia capii in che stato pietoso dovevo essere: “Buon giorno signora Elvira!”, rimase interdetta, per evitare l’interrogatorio presi di corsa le scale lasciandola con la curiosità che le scoppiava dentro.

