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Tutto in una notte

di Silvia Cutaia, I° livello - 15/02/2006

Piove.
Le giornate si stanno allungando.
Che bello il mio terrazzo quando piove. Le rose che sembrano tanto fragili reggono benissimo questo battito incessante.
Il sugo cuoce, l’arrosto è pronto.
Arriverà per cena coi colleghi.
Franco è simpatico, ma così greve. Di Stefano non mi fido.
Guai a dire una cosa così a Fabio, sono i suoi colleghi, io sono gelosa del loro affiatamento
E’ aggressivo ultimamente.
Meglio che ci siano i suoi colleghi stasera, noi due soli è una fatica.
Che bella questa luce nella pioggia.
E non fa più freddo, è solo umido, ma il freddo è andato, che meraviglia questa stagione.
Cambio l’acqua alle gerbere, rosa, rosa confetto, le ho prese perché sembrano i fiori di una sposa di campagna, mettono allegria.
Fabio non ha notato le gerbere, ha alzato distrattamente lo sguardo quando gliel’ho mostrate.
- Perché le hai comprate?
Vuole avere un figlio.
Io non voglio. Voglio terminare gli studi, se faccio un figlio adesso non riuscirò più.
Ho le cliniche da seguire, devo dare gli esami.
Non adesso, un bimbo adesso significa rinunciare a medicina.
Abbiamo litigato.
Se i miei non mi mantenessero che vita farei? Dovrei rendere conto di ogni minima scelta?
E le gerbere?
Se mi mantenesse lui, se non terminassi medicina, se non riuscissi a lavorare, di cosa dovrei render conto?
- Perché le hai comprate?
Le mie fresche gerbere rosa, dovrei render conto anche delle gerbere?
A mia madre Fabio non piace, è un bravo ragazzo, ma lo trova “poco”.
- Ricordati che quella casa è tua, che resti tua è importante.
Lui aveva bisogno di un posto dove stare.
A ben pensarci non si è mai trasferito da me, ha cominciato a dormire una notte, poi a restare un giorno.
La frase: Andiamo a vivere assieme.
Quella non l’abbiamo mai detta.
Un giorno mi ha chiesto le chiavi.
Il sole sta calando, però c’è tanta luce, malgrado la pioggia.
Peccato che non sappia disegnare, bisognerebbe dipingerlo un cielo così.
Ha smesso di piovere. Le rose sembrano più vive, più forti adesso.
Metto l’acqua sul fuoco, probabilmente saranno affamati.
Dermatologia.
Sarà la specializzazione giusta?
Tutta la vita in mezzo all’acne?
Vorrei fare psichiatria, Fabio sconsiglia, ci sono tanti psichiatri in giro.
Anche dermatologi, penso io.
Il barone di dermatologia, devo stare attenta a non dire barone, devo dire professore, ha scoperto che mio padre potrebbe tornargli utile per suo figlio e mi sorride affettuosamente.
Quando ho commentato il barone, Fabio mi si è rivoltato contro.
- Tu non capisci che privilegiata che sei, ti permetti di sprecare un’opportunità così.
Ma quale opportunità sarebbe mai entrare in una specializzazione che mi fa orrore perché mio padre, forse, riesce a trovare un impiego al figlio inconcludente del barone?
Fabio non studia, lavora.
Probabilmente ha ragione mia madre: un uomo che non ha studiato, difficilmente tollera una compagna più istruita.
Devo smettere di ascoltare mammà.
Il telefono.
- Che bello, vieni, venite, certo potete stare. Vi aspetto.
Giorgio e Andrea. Sono arrivati a Milano, stanno due giorni. Due giorni con me.
Tipico loro: bussare direttamente alla porta.
Ad Andrea piacciono le melanzane, a Giorgio le patate.
Ho tutto, sbuccio velocemente le melanzane e le metto in padella, preparo le patate in tegame.
Suonano alla porta.
Giorgio. Andrea.
Ancora più belli, ancora più cari che mai.
Siamo cresciuti insieme, siamo stati fidanzati, abbiamo litigato viaggiato giocato suonato studiato, ci siamo rifidanzati, rilasciati.
Poi io mi sono trasferita, Andrea è rimasto a Roma, Giorgio vaga per il mondo.
Non scrivono mai quei due disgraziati.
Che belli che sono. Sono ammutolita per la gioia. Gli giro intorno, offro loro un caffé, sento i loro odori intorno a me.
E’ tardi, Fabio sta facendo tardi.
- Volete cominciare a mangiare?
- Aspettiamo gli altri.
Sono le dieci e Fabio non arriva.
- Sarà successo qualcosa dice Andrea.
- Non è successo nulla, quando lavora spesso fa tardi.
- Ma non ti avvisa?
Già, non mi avvisa. E’ vero la cena è pronta, l’acqua sul fuoco, però non mi avvisa.
Cominciamo a smangiucchiare, in piedi, vedo Andrea che attacca le melanzane.
Mi spiace che dopo un viaggio debba mangiare così. Apparecchio, preparo la pasta. Ci mettiamo in tavola. Le chiacchiere fra noi, semplicemente. Inizia Giorgio a farci ridere, il suo sguardo sul mondo è fantastico, smonta e rimonta la gente, le situazioni, la vita tutta.
Andrea parla, ride, ma io so che mi sta guardando.
Anche Giorgio mi osserva.
E’ l’una quando arriva Fabio, è sorpreso di trovare le luci accese e i miei amici.
Li presento, Fabio non è affatto cortese.
Gli chiedo se deve mangiare. No vuole solo dormire.
Va in camera, Giorgio, Andrea e io rimaniamo in soggiorno a chiacchierare, il passaggio di Fabio ha cambiato gli umori.
Andrea mi prende la mano, come mille volte nella nostra vita. Istintivamente la ritraggo.
La serata finisce con toni smorzati.
Entro in stanza, Fabio dormirà.
E’ sveglio, invece.
Io sono stanca è tardissimo.
Fabio si gira verso di me e mi cerca. Io non lo voglio.
Sono arrabbiata con lui: non ha avuto il tempo, il modo, la voglia di avvisarmi che non sarebbe arrivato a cena dopo avermi fatto preparare anche per i suoi colleghi. E’ arrivato tardi senza una spiegazione. Adesso mi cerca.
Senza una parola.
E’ stato maleducato con i mie amici, io sono affabile con i suoi.
- Ridi con i tuoi amici, dice.
Gli do le spalle.
Sì rido con i miei amici, loro mi fanno ridere, penso.
Sento il suo odore. E’ forte, agre, impregna le lenzuola.
Guardo la sveglia sono le tre. Domani, oggi, andiamo a Brera c’è una bella mostra.
Con Giorgio abbiamo sempre viaggiato andando a visitare mostre e musei.
Adesso non vedo più nulla.
- Perché sono arrivati oggi? Perché non me lo avevi detto?
- Non sapevo che sarebbero venuti, c’è una mostra, ti va di venire con noi?
- Perché, tu vai? Non devi studiare domani?
Siamo in area litigio, lo sento, non ho voglia di finire così questa serata. Quante volte abbiamo discusso?
Questa notte no. La gioia di avere i miei amici e non voglio che mi sentano litigare.
Fabio capisce che è una resa. Si avvicina per prendermi.
Sembra una guerra il nostro stare insieme, il suo avvicinarsi a me adesso è come l’esigere un bottino.
Spero una parola di scusa, di affetto, di unione. Invano.
Fuori ha ricominciato a piovere, pioverà domani mattina? Volevo portarli a piedi in Brera, mostrar loro la mia città. Dicono che Roma sia più bella, forse sì, forse è più bella, però io amo Milano, i portoni opulenti e severi dai quali si intravedono giardini. Speriamo che non piova.
L’odore di Fabio mi investe, l’ho addosso. Ho un senso di nausea. Nausea? Non sto prendendo la pillola, Fabio deve stare attento. Gli ricordo che deve usare delle precauzioni.
Non mi ascolta, è una furia. Contro me che studio, che vado alle mostre, che amo i miei amici.
Non sta facendo l’amore con me, mi sta occupando. E’ un esercito invasore, un nemico.
Non si fa l’amore col nemico. Mio nonno è stato partigiano. Si mettono le bombe ai nemici, li si caccia dal proprio territorio bella ciao, bella ciao ciao ciao.
Tesoro, bella, ciao quante parole affettuose con Giorgio e Andrea questa sera.
Piove furiosamente, io cerco di sottrarmi.
- Facciamo un figlio, ora, dice.
Scatto in piedi, lontano dal letto. Un balzo d’animale il mio.
Sono senza fiato. Ho avuto paura. E’ la prima volta nella mia vita che ho paura.
Cerco di calmarmi, tremo.
La serranda è alzata, amo la luce che entra in camera.
Vedo il tiglio della scuola di fronte, è pieno di gemme. Gli uccelli cominciano a cantare. Non piove quasi più.
Il mio personale Rubicone: Avere paura. Non avere paura.
- Vai via.
Fabio mi guarda, non mi ha sentita. No mi ha sentita, non mi ascolta.
- Vai via, adesso.
Si alza, prova a parlare, ma adesso so che i silenzi con i quali ha riempito il nostro stare assieme non potranno mai essere colmati.
Prendo il suo zaino e comincio a infilare camicie pantaloni mutande e calze.
Porto lo zaino fino alla porta.
- Le mie chiavi.
- Dovrò tornare a prendere le altre cose.
- Te le faccio trovare in portineria.
Mi rende le chiavi.
Chiudo la porta, provo un senso di leggerezza, di pace.
Sento suonare il citofono.
Non voglio rispondere, ma il rumore è incessante.
E’ Fabio: protesta sentimenti che non ha mai dato mostra di avere. Promette una cura che non ha mai avuto.
E’ il suo orgoglio a parlare.
Nessun orgoglio può compensare l’amore che non c’è.
Torno verso il terrazzo, alzo le serrande, le mie rose sono magnifiche, preparo un caffé, infilo un vecchio golf, sistemo le mie gerbere rosa, che bella luce, inizio a leggere il manuale di psichiatria.
C’è il sole, è caldo, sta già asciugando la pioggia di questa notte.

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