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Meraviglioso e Signora

di Filippo Mora, II° livello - 15/02/2006

Il pensiero di lei lo tormentava. Quegli occhi, neri e profondi come il desiderio in cui era caduto, scivolato su troppi whisky trangugiati per non pensare, lo assillavano. Com’era accaduto? si domandava, mentre raccoglieva i pezzi della vicenda dal pavimento di moquette marrone. Raggiungendo il cestino sotto al tavolo, e recuperandovi i pantaloni, finiti lì nella foga, capì. Infilò la mano sinistra in tasca e la ritrasse arricchita di un anello dorato, nascosto su consiglio del primo whisky della serata. Barcollava, scosso ma eccitato, colpevole solo di non poter dirigere il destino, che l’aveva fatto finire nel sacro vicolo del matrimonio sbagliato. Un vicolo cieco. Come la notte che là fuori gridava rivincita e lo incitava a non mollare, non cadere nei rimorsi gli urlava, continua così, è solo l’inizio della tua vita. A quarantatre anni può davvero iniziare la vita? Era questa la domanda che forse più di tutte emergeva in quella notte misteriosa. Vagò per la stanza, come a cercare una risposta, apprezzando la discrezione della moquette, silenziosa e delicata quanto un confessore. Poi si guardò intorno, e fu trafitto dal rammarico nel riconoscere in quella camera d’albergo, così insignificante e così uguale a tutte le altre, la sua vita. Ma in situazioni così, uno stato d’animo non dura più di un breve pensiero. Passando dal senso di colpa più atroce, alla felicità più estrema, senza sfumature. In quella stanza avrebbe dovuto trascorrere la notte, per poi svegliarsi, partecipare a interminabili riunioni, firmare documenti e poi riprendere l’aereo per tornare a casa, dall’amata serpe, stinto ricordo della ragazza tutto pepe e fantasia che al College gli aveva fatto girare testa e ormoni. Decise che una serata così, almeno, non poteva chiudersi asciutta. Nella gloria o nella vergogna bisognava brindare. Raggiunse il comodino per prendere chiavi e portafogli. Si fermò: c’era qualcos’altro ad aspettarlo: due banconote da cento dollari. Rimaste lì, in ricordo del sogno profumato vissuto tra le lenzuola. E non era finita, perché seguì un vero orgasmo: “sei stato meraviglioso”, così c’era scritto su una di quelle banconote. Meraviglioso. Lui che la serpe non voleva nemmeno più toccare. Meraviglioso. Lui che la serpe non si degnava nemmeno più di guardare. Meraviglioso. Lui… Meraviglioso, lui? Ma cosa era successo? Fino a poche ore prima la sua testa regnava incerta su di un corpo afflitto dall’adipe e dai peli selvaggi, la sua carriera erano le virulente infezioni gengivali, la sua vita le frizzanti programmazioni notturne della tv via cavo, la sua carta d’identità portava la dicitura fallito con laude, virile per gioco. E ora? Tutto d’un tratto, la luna lo illuminava come in un teatro, desiderato e bello, anzi meraviglioso, forte e maschio, giovane, affascinante, di successo, di prestigioso lavoro, brillante carriera, indiscusso talento. Strani scherzi fa il whisky. Strani regali fa il viagra. E non era finita: una fila di numeri rossi seguivano la parola meraviglioso. Meraviglioso. Un telefono. Un cellulare. Sei stato meraviglioso e poi il numero di un cellulare. Il numero di un cellulare perché era stato meraviglioso. Un numero di cellulare perché avrebbe potuto esserlo ancora, meraviglioso. E ancora. Tante volte. Innumerevoli volte meraviglioso. Afferrò il telefono, ma non compose il numero, provò prima una serie di buonasera, ciao, con toni piacenti e labbra socchiuse. Ma non si sentì pronto. No! Non è che non si sentisse realmente pronto, lui il meraviglioso, solo aveva pensato che fosse meglio non affrettare le cose, il tempo è complice del desiderio.
Il pensiero di lei lo tormentava. Il giorno dopo la chiamò, seguì le riunioni, distribuì i biglietti da visita, firmò documenti, sbrigò formalità, ma non prese l’aereo. Alla serpe coi bigodini rifilò una serie di mezze verità telefoniche, dette con una fermezza che non ricordava di aver avuto mai. Rimase un giorno in più del previsto, per rimanervi una notte in più. Alcuni spasmi lo assalirono, nascondendo la fede tra i calzini, pensando ai suoi bambini – tutti sua madre – riflettendo sul senso della vita. Si stava cagando addosso. Ma lui era il meraviglioso e quella era la sua rivincita, per una vita scorretta, che dopo qualche carezza adolescenziale gli aveva regalato solo fatiche e delusioni, patologie psicosomatiche e una moglie avariata, che si era riprodotta in due marmocchi viscidi e mosci. Quella doveva essere la sua rivincita. Ne era sicuro. Si sentiva sicuro. Tanto che lasciò il viagra nascosto nella confezione della pomata per la calvizie. Bevve solo qualche whisky, per ricreare l’atmosfera della sera prima e aspettò. Aspettò la ragazza cercando la posizione più adatta, prima sul letto in vestaglia, poi alla scrivania con il completo blu, alla finestra con la sigaretta in bocca, alla fine prese la confezione della pomata e ingollò il viagra. Due pastiglie. Non poteva permettersi il lusso di un errore, lui, il meraviglioso. La ragazza arrivò sorridente. Lo trovò già pronto, in piedi. Lei tentò una parola, cercò una abbraccio ma lui la prese, i vestiti volavano, i grugniti si alzavano, i vicini sentivano. Durò dodici secondi. Il meraviglioso. E se pensate che ci furono silenzi imbarazzanti e frasi di cortesia vi sbagliate. Lui ammutolito. Lei tutta fremente: “che passssione!”
Il pensiero di lei lo tormentava. Anche questa volta se n’era uscita senza pretendere il suo onorario. Che signora. Il magnifico e signora. Tornò a casa, ma i suoi viaggi di lavoro divennero più frequenti, sempre più frequenti. In casa rimaneva sua moglie, stupita da questo stacanovismo ed esterrefatta da tutto il resto. Il magnifico sorrideva, comprava cibi macrobiotici e diavolerie ginniche in tv, andava in giro per casa seminudo, cambiò il suo guardaroba e si abbonò a una rivista per soli uomini che faceva recapitare senza pudore direttamente a casa. Era impazzito. Anche i suoi figli non lo riconoscevano. Rideva quando la serpe gli dava degli ordini, quando tornava dal parrucchiere e quando si denudava per andare a dormire. Era la sua meravigliosa rivincita.
Il pensiero di lei lo tormentava. Pensava quanto era stato stupido, quante occasioni aveva sprecato. Com’è strana la vita. Passano anni inutili, che ti uccidono lentamente, tenendoti prigioniero come in una vetrina; poi arriva una notte speciale e infrange il vetro, ti sconvolge, ti fa ritornare vivo e capisci che la gloria si è solo trattenuta per donarsi tutta in una volta, tutta in una notte. Il magnifico continuò la spola tra l’inferno e il paradiso, convinto più che mai che quella notte fosse stata un dono di dio. Quella ragazza era un dono di dio. Passarono poche settimane, pochi mesi e lui non riusciva già più a sopportare di non averla tutta per sé. Il pensiero di lei con un vecchio bavoso lo straziava, costretta a fare quella vita per sopravvivere e mantenere la povera madre malata in una costosa clinica. Il pensiero di lei con un giovane muscoloso lo torturava, preoccupato di perdere la sua posizione di meraviglioso. Ma questo non accadeva mai. Le aveva offerto persino una somma di denaro, per aiutare lei e la madre e quindi smettere di fare la vita, ma lei aveva rifiutato, per dignità. Che signora. Meraviglioso e signora.
Basta. Il pensiero di lei lo tormentava. Gli era giunto quella notte un regalo dal cielo, non poteva far finta di niente, non doveva fare finta di niente. Doveva prendere quella sua pallida vita per le palle e scrollarla, costi quel che costi. Si svegliò, mandò a fanculo la serpe, pisciò nel lavandino, come gli era sempre piaciuto fare, ma mai poteva fare, e andò a prendere l’aereo, quasi fosse suo. Diede appuntamento alla signora, la incontrò in una bar, lei gli fece un pompino nel bagno, lui le chiese di sposarlo. Rispose di sì. Riprese l’aereo, tornò dalla serpe, gli chiese il divorzio. Rispose di no. Puttana. La trattativa durò poco, due giorni. Gli avvocati prepararono la scrittura, lui le lasciò: la casa, i mobili, i figli, il cane, la station wagon, e tre quarti del patrimonio, più gli assegni di mantenimento. A lui rimanevano: un po’ di soldi – abbastanza – l’utilitaria, il lavoro, il monolocale in periferia e la libertà. Un accordo più che equo pensò.
Il pensiero di lei lo tormentava ancor di più. Riprese l’aereo, volò tra le nuvole, e corse nella solita stanza del solito albergo. Meraviglioso e Signora si sarebbero incontrati là. Lui arrivò per primo, con un mazzo di fiori che a stento passava la porta, lo posò sul letto e incominciò a camminare avanti e indietro. Bussarono alla porta. Era lei. No, era il fattorino dell’albergo. Portava una busta. Dentro una banconota da cento dollari scritta con il rossetto. Questo lo eccitò. Birichina. Voleva giocare. No. Non voleva giocare. Il gioco era finito. Il meraviglioso rimase in silenzio nella stanza per tutta la notte, solo. La messinscena era compiuta. Al mattino scese al bar e fece colazione con un whisky. Maledetta serpe. Pagò con una banconota da cento dollari. Maledetta notte. Il barista la prese, la lesse e lo guardò tra il tenero e lo smarrito. Non capiva. Beato lui.

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