L'Italia è cambiata davvero
di Luigi Monaco - 02/03/2007
Seduto al buio, su uno scoglio del porto di Crotone, invisibile al mondo, proprio come desidera, fissa la rivoltella poggiata sulle ginocchia.
Poco oltre, alcuni lussuosi panfili all’ancora, uno accanto all’altro, aspettano la fine dell’inverno per riprendere il mare.
Gino non lavora da tempo.
Cassaintegrato, quarantasei anni, un diploma da perito industriale, dodici esami a ingegneria meccanica e ventidue anni di fabbrica, gli ultimi otto a sforzarsi di non sentirsi un nulla.
I suoi compagni lo chiamano Stalin, leggermente sovrappeso, ostenta un tono intellettuale coi suoi occhiali quadrati un po’ demodé e i capelli riccioluti sfumati di bianco, portati all’indietro, come Gramsci in alcune vecchie immagini che circolavano nelle sezioni del PCI.
Nel portafoglio ha ancora la sua prima tessera, esibita a ogni occasione, datata 1976.
Gli ex colleghi lo ammirano, anche se nel tempo sono diminuiti, qualcuno è andato in pensione e qualche altro si è arreso in cambio di un figlio in un ente pubblico.
Molti uomini politici, anche con insistenza, gli hanno offerto aiuto, ma la sua famiglia continua a vivere della sola indennità, perché Stalin, nonostante tutto, tiene duro.
Vive in una casa popolare del rione Gesù, non a caso.
Cominciò a interessarsi di politica quando aveva solo sedici anni, sfogliando le pagine di una nuova testata, “la Repubblica”, ricche di citazioni intellettuali, una manna per uno come lui.
Pasolini, morto un anno prima, veniva collegato alla Calabria e, con suo grande stupore, a Crotone.
Fu amore a prima lettura.
Pensare che un uomo tanto temuto da politici e intellettuali, avesse potuto giocare con un pallone, tra la polvere del rione Gesù, assieme a ragazzi come lui, lo aveva fatto sentire quasi un predestinato.
Sedici anni, però, passano in fretta.
Di quell’epoca gli è rimasto il tifo per il Cagliari e la voglia di vivere nell’unico quartiere in cui sarebbe vissuto Pasolini, se fosse rimasto qui.
Mara, sua moglie, l’ha conosciuta in un’occupazione all’università a Torino, calabrese di Castroregio, un borgo del Cosentino, iscritta a lettere classiche, subito “partita” per Gino e mai più tornata indietro, per molto tempo avevano continuato a sognare un mondo migliore e una vacanza in Giamaica.
Era il 1983 e la morte improvvisa del padre pose fine alla sua carriera universitaria e a quella di Mara che comunicò ai suoi di voler sposare un ragazzo di Crotone.
Mara e Gino litigano raramente.
A volte capita dopo la telefonata dell’impiegato della Banca Popolare, ligio nel ricordare, periodicamente, che il conto dovrebbe essere rimesso a posto.
Mara si incazza quando pensa che qualche spicciolo potrebbe essere messo da parte, piuttosto che speso in libri o in dischi di Gaber e poi, ultimamente, non ha preso bene il fatto che Gino abbia comprato su e-bay, per soli tremila euro, la maglia originale del Cagliari 1969, quella col numero nove, quella di Gigi Riva, autografata da lui stesso.
Titti ha già undici anni, Mara pensa già a come assicurarle un bel matrimonio, a evitarne uno in municipio come il suo, quando amava Gino sopra ogni cosa.
Lui la rassicura: “Vedrai che quando Titti dovrà sposarsi, venderò questa maglia e riusciremo a dare un sacco di soldi alla nostra bambina”.
Gino pensa di chiudere con questo mondo mentre guarda la sua Smith & Wesson, feticcio del settantanove torinese, carica e senza sicura, ma vuole concedersi ancora un momento, per osservare il panorama di Crotone illuminata, vista dal mare, allo stesso modo in cui si vede da una di quelle barche lì all’ancora.
Esattamente in quell’istante, un rumore intenso e un bagliore fulmineo lo mettono in agitazione.
Anche se non ne ha mai vista una in azione, Gino è certo che si tratti in realtà di un colpo d’arma da fuoco. Infila la sua pistola nella tasca del cappotto e, cautamente, si avvicina alla barca da cui è partito il lampo.
È ben nascosto dalle tenebre e nessuno, che già non sappia della sua presenza, lo potrebbe scorgere.
Sulla barca nessun movimento.
Gino si guarda nuovamente intorno.
Il porto nelle notti d’inverno è sempre deserto.
Fa un lungo respiro, si porta le mani tra i capelli stirandoli all’indietro, consuma lentamente i cinque metri che lo separano dalla passerella del “Don Quichotte” e come se sapesse bene cosa fare, sale sul ponte.
La luce è accesa, ma non si sente nessun movimento. Apre la porta per il sottocoperta, e gli si presenta una scena già vista in qualche film poliziottesco.
Ci sono due persone riverse, una nel lato meno illuminato, braccia aperte, camicia vistosamente sporca di sangue, immobile; l’altra vicino alla porta, stesa con le gambe verso l’interno, la testa e una parte del corpo poggiate al bordo di una panca e un coltello piantato nello stomaco. Respira con difficoltà ma è vivo.
“Aiutami, chiama un medico” sussurra l’uomo.
Gino si avvicina con molta cautela, ha una pistola e se mai qualcuno arrivasse lì in quel momento, potrebbe pensare a un suo coinvolgimento.
Si trova nel posto sbagliato, nel momento peggiore.
Prende un cuscino sulla panca e lo adagia sotto la testa dell’uomo.
“Che è successo?”
“Fatti i cazzi tuoi” ribatte l’uomo, anche se le condizioni in cui si trova consiglierebbero un tono diverso.
“Chiama qualcuno… non vedi che sto morendo?”
Gino si guarda intorno.
Sul tavolo vi sono tre blocchetti di banconote da cento euro avvolte da strisce di carta bianca, uno vicino all’altro, e dall’altra parte del tavolo tre buste di plastica trasparente piene di un composto bianco.
In un attimo anche Gino, che non ha mai avuto rapporti con la criminalità in vita sua, capisce cosa significa quella scena.
“Porca troia, vuoi chiamare questo cazzo di ospedale?”, la voce seppur decisa si sta facendo sensibilmente più fioca.
Se non chiama immediatamente aiuto, quest’uomo potrebbe morire.
Chi sia non è chiaro, anche se è molto plausibile si tratti di un corriere o un narcotrafficante e comunque uno ancora peggiore di quelli che ritiene i colpevoli della chiusura della “sua fabbrica”.
Anche in punto di morte, quel tizio è palesemente un pezzo di merda.
Ma chiunque sia, anche il peggior criminale, può lasciarlo lì senza far niente, senza aiutarlo?
Potrà mai perdonarsi per la morte di un uomo, lui che intorno all’idea di solidarietà ha costruito tutta una vita?
L’occupazione della facoltà a Torino, i baci rubati a tutte le ragazze amate, la fabbrica, le lotte sindacali, Pasolini e i suoi ragazzi di strada, Mara, Titti, il matrimonio della sua bambina, la maglia di Gigi Riva, Gaber, quella maledetta tessera.
Tutto è così confuso.
Tutto ritorna e allo stesso tempo gli sfugge.
Le sue sicurezze, le sue fragilità, la sua vita, la rivoltella in tasca, quei soldi lì sul tavolo, le buste piene di droga, un uomo morto, un altro che chiede aiuto, i soldi, la notte, il silenzio, i soldi.
“Ti prego aiutami, ti darò quello che vuoi, dimmi quanto vuoi... fai presto salvami” quella voce ormai è diventata un filo, deve aiutarlo, ma Gino ha paura di non riuscire a spiegare perché si trovi lì.
Si avvicina al tavolo, prende i blocchetti, cerca di contarli velocemente, con le mani che gli tremano, saranno più o meno trecentomila euro, poi prende una delle buste, la soppesa, tre chili, forse più.
Deve decidere in fretta cosa fare, non resta molto della notte, l’alba richiamerà qualche pescatore e lui sarà notato.
Tremante, pallido, sudato, prende i tre blocchetti di denaro e se li mette in tasca, poi si avvicina al bordo della barca, spacca le buste e la polvere cade nell’acqua, senza far rumore.
Il ferito sta seguendo tutti i suoi movimenti con gli occhi, senza più forze per turbare il silenzio e poi spira.
Gino prende la pistola dalla tasca e la lancia via, con la rabbia accumulata durante tutta una vita, come non gli succede da troppo tempo.
Quando sente lo schiaffo sull’acqua, il buio nasconde qualsiasi cosa.
Prende il portafogli, estrae la tessera del PCI datata 1976, la apre, legge il suo nome e in basso, la firma di Enrico Berlinguer, la fissa ancora un attimo, poi la strappa in due parti, si sporge, la adagia sull’acqua e lentamente, quasi dondolando, la scritta “l’Italia è cambiata davvero” sparisce.
Gino scende dalla barca mentre il cielo comincia a schiarirsi.

