Il prezzo dei sogni
di Alexis Paparo - 02/03/2007
Abito qui. Da vecchi oblò arsi di ruggine e di mare per anni ho guardato il mondo di traverso.
Da una parte una piccola baia che sconfina su un terreno brullo, un groviglio di strade e in lontananza alcuni palazzi; dall’altra il mare che si estende all’infinito, a congiungersi con il cielo tramite una linea biancastra che nei giorni di sole luccica così tanto da far male agli occhi.
Per tanti anni ho guardato, ora da uno ora da un altro oblò, decidendo ogni mattina in che prospettiva vivere la giornata: con gli occhi riempiti di solitudini dolci e sognatrici oppure sfidando quasi quel groviglio di strade, quelle macchine veloci, quella gente che non si è mai accorta che abito qui.
Dicono che di questa nave, della mia nave, sospesa tra terra e cielo, non sia cambiato nulla.
La guardano non senza provare un fremito di disgusto, altri forse non ci hanno mai fatto caso.
Ciò che per gli altri è degrado per me è casa.
Siamo uguali, io e la nave. Pezzo a pezzo il mare ci ha legati a sé, consumandoci lentamente.
Se chiudo gli occhi eccola, maestosa e di un bianco abbagliante, ferma al porto di Valona, come un grande animale la cui pancia aspetta di essere riempita.
Per giorni l’avevo guardata ammaliato, seduto sul molo mentre con fatica i container rossi venivano issati e sistemati nella stiva.
Chiedendo in giro avevo saputo che trasportava metalli, era diretta a Crotone, in Italia e sarebbe partita l’indomani.
Partire.
L’idea si era insinuata piano, strisciando.
Man mano poi aveva acquisito sempre maggiore forza, fino a farmi cedere.
L’Italia.
Parlando fra noi, ci dividevamo in due gruppi: quelli che erano partiti e quelli che dovevano ancora farlo.
Quelli che erano partiti, quando tornavano, raccontavano il paradiso.
Tutti avevano una casa, da mangiare, un lavoro.
Ma io a quelli che tornavano chiedevo sempre la stessa cosa “e la cultura? si può studiare, leggere, apprendere?”. Mi guardavano sempre strano, restavano perplessi un attimo, uno soltanto, ritornando subito a parlare della nuova casa o della macchina appena comprata, attorniati da almeno dieci paia di occhi sgranati.
Mi ero fatto allora le mie idee: tutti studiavano, erano colti, c’erano musei, teatri e biblioteche.
La Magna Grecia, come una grande madre, avrebbe accolto anche me, saziando la mia voglia di sapere soltanto un po’ saziata dai libri che avevo letto e da qualche anno di scuola che ero riuscito a frequentare.
Poi era successo.
Una fuga di gas e in un attimo il crollo della palazzina in cui abitavamo aveva sommerso i corpi dei miei e la mia stessa voglia di vita lasciandomi intorpidito. Così quella sera al porto, come risvegliato da una rabbia ruggente e sconosciuta, ero ormai deciso a partire.
In una sacca avevo raccolto tutto il mio mondo: qualche vestito, una coperta, pochi soldi e i miei libri, che non ero riuscito a lasciare.
Con il favore del buio mi ero infilato nella stiva, appiattito dietro i container e il rumore del portellone sprangato, invece che in trappola, mi rende libero, anzi in viaggio verso la mia libertà.
Cullato dalle onde mi ero presto addormentato, quando un brusco movimento della nave mi spinge di lato, qualcosa mi schiaccia il torace e il viso, non riesco a respirare. “È finita” penso, senza capire.
Un brivido mi sveglia, apro gli occhi, ho le gambe sott’acqua e mezza stiva è sommersa. “Sto per affogare” penso. Cerco di alzarmi e cado di nuovo sulla superficie liscia e scivolosa della stiva. Noto che la nave è ferma e obliqua.
Spinto da una nuova e ignota forza mi arrampico verso il portellone di uscita tanto più veloce quanto le mie gambe gelide e doloranti possono permettermi, e rimango abbagliato. Il sole, il cielo quasi bianco, il sapore dell’aria fresca e salmastra nei polmoni, un porto deserto, una città in lontananza. Fragili gocce di mare s’infrangono sulla pelle stanca che ora profuma di nuovo.
Sono arrivato.
Raccontare quello che è successo dopo non serve. Basta solo dire che non ho trovato quello che mi aspettavo. Una casa, un lavoro, quelli sì, avrei potuto averli, ma l’essenza della vita che cercavo, la conoscenza, no. Mi ero solo cibato di illusioni.
Quello che conta è dire che in tutto questo tempo sono rimasto qui, su questa nave, lasciando che il mare arrugginisse insieme lei e me, senza avere né la forza di combattere per ciò che desideravo, né la debolezza di adeguarmi.
Schiantato tra ciò che volevo e ciò che potevo essere, ho finito per sospendermi nel tempo, rimanendo immobile.
Così mi sento vicino ai miei ideali, vicino a quello che volevo diventare, a quello che speravo di trovare.
Ho saputo ieri che hanno deciso di costruire un nuovo porto, di far risvegliare la città. Toglieranno la mia vecchia nave obliqua dal fondo e la distruggeranno. Avrebbero potuto recuperarla e inserirla in un museo industriale, ma no. Non c’è posto per il vecchio, se non rende nell’immediato, ma non c’è spazio neanche per il nuovo.
“Crotone: la città di Pitagora” c’è scritto su uno dei tanti cartelloni sparsi per la città.
Sorrido di un sorriso amaro, perché dire “Crotone: la città di Pitagora” è come dire “Roma, città di Romolo e Remo”, come se nulla di importante fosse nel frattempo accaduto.
Stasera daranno inizio all’opera di demolizione proprio qui.
Imbottiranno tutto di esplosivo e la faranno saltare.
Non so dire come mi sento, è come se mi avessero annunciato che sto per morire.
Ma sono calmo.
Me ne sto qui, disteso sul punto più alto della mia nave, più vicino di tutti al cielo, a fissare questo mare, pulsante, fremente eppure sempre uguale, a respirare questo odore pungente di note salmastre, a vedere la città che lenta si accende di mille bagliori.
Ecco, sono arrivati.
Due camion rossi e due automobili. Scendono circa dieci uomini, non ne sono sicuro, si è fatto buio e dal luogo un po’ distante in cui osservo la scena non si vede bene.
Ora trasportano quattro o cinque casse sopra il ponte, scendono nella stiva, li vedo salire sul punto più alto.
So che l’esplosione è prevista per le ventidue, deve mancare ancora del tempo. Vedo gli uomini allontanarsi, entrare in un bar.
Non è rimasto nessuno di guardia.
Mi avvicino con cautela, la guardo, con il buio sembra ancora più grande. Per un tempo indefinibile sto lì, senza pensare a nulla in verità, senza averne la forza.
Tanti anni in un giorno, tutta una vita in questa notte.
Nella mia ora più lunga sento il tempo scivolarmi via grani a grani, vedo le forme di una vita intera che si sgretolano rose dal mare, dalla solitudine, dall’orgoglio che qui mi ha incatenato. Ma non so staccarmi, neanche ora che tutto sembra perduto, perché su questa nave il tempo non è mai passato e ogni mattina, al mio risveglio, potevo decidere da che oblò guardare per inventarmi ancora e ancora, per dire a me stesso che c’ero, per non sentirmi solo.
Basta.
Ormai staranno per tornare, anche se non escluderei una manciata di minuti di ritardo.
Non ho l’orologio, non ho mai voluto essere schiavo del tempo, ma sento che presto saranno qui.
Devo far presto o mi vedranno.
Non so se queste righe incerte lasciate su questa spiaggia verranno mai lette da qualcuno o se il mare le porterà giù con sé, assorbendo il racconto di una vita, la mia vita rimasta incagliata sul fondo insieme alla nave.
Non so neanche perché ho scritto.
Forse un ultimo barlume di orgoglio mi ha spinto a darmi la possibilità di vivere ancora, daccapo, nelle bocche che racconteranno la mia storia.
O forse solo perché avevo del tempo.

