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Racconti allievi

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La sciroccata

di Teresa Cristiana Rechichi - 02/03/2007

La battaglia di Natale si è appena conclusa. Come una impavida condottiera, degna di stare al fianco di Braveheart, anche quest’anno ho sfoderato le posate d’argento, indossato la corazza dell’imperturbabile padrona di casa e ho affrontato l’incombere delle feste in famiglia.
Seguendo il piano d’azione srotolato sotto l’albero, ho saccheggiato bancarelle per far scorta di cibarie e regalini, reclutato zie e prozie nelle retrovie per il rifornimento di polpettine e crema al mascarpone, spiegato porcellane e bottiglie d’annata per disarmare cognate velenose e cugini saccenti.
Con sangue freddo ho fronteggiato l’invasione di pacchi, panettoni e cicaleccio nei cinquanta metri quadri del mio bilocale e, dopo aver persino sventato l’agguato alla colla vinilica del più piccolo dei nipotini al Bambinello Gesù, ho sbaragliato a tavola l’esercito dei parenti con una raffica di prelibatezze a elevato contenuto calorico.
E adesso che i fuochi della Vigilia e del Santo Natale sono spenti, che anche la guerra fra la mia coscienza e la schiera di torroncini è terminata col piegarsi dell’ago della bilancia ai Signori dell’adipe, voglio una festa che sia solo mia.
È il trentuno dicembre: chiudo la porta a doppia mandata, negandomi a incursioni di familiari ritardatari, e mi preparo per uno sfavillante Capodanno.
Naomi e Rachel, le mie giunoniche amiche olandesi, mi hanno convinto a salutare il nuovo anno a una festa in un capannone dismesso, giù al porto.
Certo, un po’ inusuale come ubicazione per un veglione, ma le due ragazze mi hanno spiegato che si tratta di una festa alternativa, come se ne vedono nelle grandi città, piena di gente bella e allegra.
Beh, in questo caso… rompo ogni indugio e sfodero il mio vestito da sirena.
È una vita che aspetto l’occasione di indossarlo: un tripudio di lustrini e paillettes in un tubino fasciante che termina in una lunga coda di chiffon.
Lo metto e mi sembra di essere Audrey Hepburn.
L’incanto, però, svanisce presto. Naomi e Rachel arrivano e subito la loro cascata di capelli biondi insieme alle gambe chilometriche mi ricordano quanto io sia piccola, compatta e nera, proprio come un chicco di caffè annegato nella Sambuca.
Sospiro, infilo i tacchi che, oltre me, sollevano anche la mia autostima e, dopo un brindisi corroborante per il corpo e per la mente, sento che la Sabrina formato pocket è pronta a far scintille.
Devo ammettere, però, che una volta al porto lo scenario che mi si apre davanti è tutt’altro che festoso. È buio pesto e lo scirocco – l’acerrimo nemico della cervicale e della messa in piega – fa morire le onde contro i blocchi di cemento, sbattendomi in faccia un insopportabile tanfo di pesce.
Catapultata dalla carrozza di Cenerentola nel più tenebroso dei thriller, mi incammino verso l’unico puntino luminoso che fa da insegna al capannone più di tendenza della provincia.
Vorrei star dietro all’ampia falcata delle due Wonder Women, ma lo strascico della gonna fa mulinello intorno alle caviglie, avviluppandole come il più temibile dei mostri marini e, sotto, il collant contenitivo, che prometteva un fisico d’atleta, mi ingessa le articolazioni.
È la fine, lo sento. Già mi vedo: sgozzata per mano dei contrabbandieri di armi e anime per essere poi caricata esanime, ma elegantissima, in un container traboccante di cinesi in avanzato stadio di decomposizione.
Sarà questo presagio funesto, sarà la smagliatura che si fa strada nella calza, ma riesco ad arrivare rapida alla meta.
Spazzo via lo smarrimento che, insieme all’umidità, mi si è appiccicato addosso, e mi impongo un’aria gioiosa, ma – appena varco l’ingresso – anche i lustrini del vestito perdono il sorriso.
Un tendone da circo, scosso dal ruggito del vento,contiene a stento una bolgia infernale fatta di fumo, casse rimbombanti e sudore. Una massa indistinta di zombie costellata di piercing e acconciata come Medusa calpesta terra battuta e bottiglie di birra, seguendo un ritmo impossibile da ricondurre a qualsiasi genere musicale.
Chi ha rubato il Capodanno? Dov’è finito il trenino che serpeggia nella pista al ritmo di “Brigitte Bardot-Bardot”? Perché nessuno alza in aria le mani come Simone, scioglie le trecce ai cavalli o si tuffa in una sana macarena?
Sono a un soffio dal colpo apoplettico. Passi lo scirocco che ha fatto lievitare i miei capelli come i muffin dell’autogrill, la location e la fauna da Urlo di Munch, ma il fatto che qui non parta neppure una coreografia di YMCA è inaccettabile.
Uno strattone di Rachel mi sottrae al pianto e a uno spilungone multitatuato, strafatto e traballante che sta per crollarmi addosso.
Lei, pienamente ambientata nell’atmosfera rave della serata, mi passa una birra e insiste affinché mi unisca alle danze tribali in consolle con Naomi e alcuni ragazzi, fresche vittime del loro nordico sex appeal.
Cerco di eludere questo numero circense e, come una fiera impaurita che si sottrae al cerchio di fuoco, mi guardo intorno alla ricerca di una via di fuga.
Il tentativo fallisce miseramente. Non riesco a dribblare abbastanza in fretta un paio di marcatori inanellati e guadagnarmi la porta. Mille mani mi issano sulla pedana e io, vittima sacrificale sull’altare del centro sociale, mi arrendo all’ineluttabile fato.
Sto per aggiudicarmi la cima, quando un ostacolo terreno frena bruscamente la mia ascesa. L’orlo della gonna è impigliato in un chiodo sporgente della consolle.
Oh mio Dio, no. Ti prego, fa che non…. Neppure il tempo di formulare un’invocazione pietosa al cielo e ai miei sequestratori che un vigoroso straapp mi strazia l’anima. Uno squarcio si apre dai piedi sino al fianco e un sogno crolla per sempre. Quella che era una splendida sirena ora è un merluzzo sventrato.
E proprio come un pesce resto senza parole, immobile.
Naomi e Rachel, prese dall’alcol e dai sensi di colpa, mi affidano alle cure di un tizio dall’aria furba e maliziosa, che – sono certe – saprà trovare il modo di distrarmi dalle recenti disgrazie.
Le membra catatoniche sono percorse da un fremito di speranza: il tipo che si nasconde sotto i riccioli rasta è davvero accattivante.
“Sai tenere un segreto?” mi sussurra in un orecchio.
“Certo.”
E il sangue ricomincia a scorrere nelle vene.
“Bene, allora vieni con me. Ti farò vedere qualcosa di veramente esplosivo.”
Mi prende per mano e, facendosi strada fra la folla, si dirige in fondo al capannone.
Gli sto dietro con il tumulto nel cuore e coi pensieri più sconci nella testa.
Arriviamo davanti a una tenda e prima di entrare, lui si ferma per dirmi ancora qualcosa.
“Sicuramente avrai saputo dell’arrivo in città nei prossimi giorni del Presidente della Repubblica. Beh, io e altri amici stiamo organizzando qualcosa per… sì, per dargli il benvenuto.”
Scuote la testa e ride di gusto.
Il destino avrà pure giocato un brutto tiro al mio look, ma si è riscattato facendomi incontrare un ragazzo non solo affascinante, ma pure impegnato sul fronte civico.
Scosta la tenda e mi indica, tutto esaltato, un gruppetto intento ad armeggiare con bottiglie, cotone e benzina. Molotov.
Sono a serio rischio ictus. Il cavaliere misterioso altro non è che un anarchico insurrezionalista, pronto a sovvertire lo Stato e il mio sistema nervoso.
Raccolgo i resti della mia coda ed esco dal covo, decisa a fuggire dall’incubo.
A un tratto, urla e calpestii si sovrappongono alla musica.
Un uomo in divisa mi si pianta davanti.
“Fermi tutti. Polizia.”
Decine di prodi paladini dell’ordine pubblico sono venuti a trarmi in salvo da questo maglio di masnadieri.
Con occhi colmi di gratitudine fisso l’uomo che ho di fronte mentre impartisce istruzioni ai suoi agenti.
“Mi raccomando, non fateveli scappare. Tutte queste teste calde dritte in Questura. E pure ’sta mignotta.”
Mi guardo intorno, ma l’indice puntato in faccia non lascia dubbi.
La mignotta sono io.
“Guardi, è tutto un malinteso. Non c’entro nulla con questa gente. Sono qui per la festa. Sono un’impiegata di banca.”
“Certo, come no? E stai dietro allo sportello con lo spacco e i capelli cotonati, eh?”
Maledetto scirocco.
Con crescente affanno gli spiego delle incursioni natalizie, delle amiche dai provvedimenti alternativi, dell’abito che batteva i pugni per uscire dall’armadio, della Sambuca con la mosca, della guaina push-up, dei silos del porto coi cinesi cadavere, della festa senza menaito e della sirena senza coda, del sovversivo camuffato da bel tenebroso.
I pensieri si accavallano in testa e mi sovrastano. Poi, il buio.
Riapro gli occhi e sono in una volante, ferma al molo. Un poliziotto mi passa dell’acqua.
“Sta meglio? Ci ha fatto spaventare. Abbiamo controllato le sue generalità, è tutto a posto. Peccato per il suo vestito, sembrava quello di una star.”
Un tuffo al cuore.
Il vento si è placato e l’alba sta spuntando sul nuovo anno: qualcosa mi dice che – nonostante tutto – qualcuno lassù mi vuole bene.
“Agente, a che ora smonta dal turno?”


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