La quiete dopo la tempesta
di Camilla Dubini, II° livello - 28/02/2007
Tema: "La quiete dopo la tempesta" - 2° classificato
Piove a dirotto. Ne approfitto per restare a casa, oggi.
Mi piace poter rimandare tutti i miei programmi, con la scusa
della pioggia. Per chi è pigro con la coscienza sporca come me
la pioggia è un vero lusso. Ieri sera mi sono addormentata con
in mente un programma perfettamente meditato per incastrare
i vari impegni che sono mesi che restano sospesi.
Non che siano faccende importanti, è del tutto inutile
che io vada all'Ikea, in libreria, alle liquidazioni dei pantaloni
e a trovare il nonno.
Di libri sono piena, la mia cabina armadio vomita capini estrosi
per tutte le stagioni e quanto all'Ikea ho ventitre anni, vivo con mia
madre e alle mensole di questa casa ci ha pensato lei ben prima che venissi al mondo.
Riguardo al vecchio, per carità, non abbiamo proprio niente da dirci,
andare lì significherebbe dargli un'enorme noia.
Se ne sta tanto bene in vestaglia a guardare i movimenti della borsa
sorseggiando il suo whisky e ghiaccio.
Si sentirebbe in obbligo, per rompere un silenzio imbarazzante,
di chiedermi come va la 'scuola' per usare un termine generico che
non tradisca il suo oblio circa il mio corso di studi.
E pensare a tutte le volte che ho dovuto abbozzare un sorriso alle
sue battute salaci sul fatto che tanto, con una laurea in storia si muore
di fame e che devo benedire Dio se ho un nonno come lui che ha messo
da parte qualche cosa nella vita.
"Se aspetti tuo padre, quello ne guadagna pochi e li spende tutti con le sue donne!".
Questa è la frase che mi ronza nella testa dagli otto anni, fin dai tempi che i miei ancora erano sposati. Che personcina deliziosa!
Tutto per dire che questi impegni che ieri sera sembravano inderogabili
oggi sono assolutamente privi di senso.
Ma sono pigra, viziata, e ho una vita semplice e per questo ho un lieve,
lievissimo senso di colpa che mi prende quando meno me lo aspetto e
per un paio d'ore mi tiene stretta a lui.
Allora fingo di essere molto indaffarata, mi invento impegni inesistenti che nella mia testa gonfio fino a che diventino insopportabili.
Ma il mio senso di colpa è sensibile all'acqua ed è sufficiente un bello
scroscio per sciacquarmelo di dosso e tenermelo alla larga per un po'.
E mentre io trovo il tempo di riflettere per analizzare queste piccole manie futili da fanciulla privilegiata al buio sotto una coperta di lino, la città si inzuppa le scarpe estive correndo indiavolata a destra e a sinistra sotto una pioggia torrenziale.
Sento le chiavi che girano nella serratura, la porta si apre.
"Madonnasanta pure il temporale ci voleva, tutte a me mi
devono capitare, madonnasanta adesso dove ce la metto tutta
la gente che hanno invitato, dentro non ci stanno mica, madonnasanta."
Sono mesi ormai che parla da sola, sono mesi che la data del
matrimonio è stata fissata.
Parla per ore intere, mentre sbriga le faccende, correndo tra
una stanza e l'altra. Corre su e giù per le scale e parla.
E parla parla e parla. La ascolto. Ogni tanto le frasi si sgretolano, restano soltanto parole isolate che si perdono in suoni indistinti.
Allora si ferma un attimo, tira un sospiro e riprende immediatamente.
L'argomento è sempre quello. Abito, buffet, lista nozze,
bomboriere (così le chiama lei), luci, suocera, suocera, suocera.
La osservo. Ogni tanto dimentica la faccenda che sta sbrigando
ma continua a correre. Quindi è lei a richiamarsi all'ordine.
Alza la voce e diventa severa, cattiva con se stessa.
"Non è questo il modo di lavorare, hai preso un impegno e la
signora non ti paga mica per perdere tempo. Sennò poteva anche
tenersi la ragazza negra che nemmeno gli insegnano a stirare
a quelle, buone a nulla.." Se tira fuori le nere significa che è davvero
indignata. Nella sua testa non c'è nulla di più spregevole che sentirsi paragonare a una nera.
Una vera indecenza.
Per questo deve alzare la voce e urlarselo nello orecchie.
Sotto il peso di quell'umiliazione feroce il suo orgoglio
viene massacrato, demolito. Avvilita dai suoi stessi insulti può
riprendere il lavoro, più motivata, con tutto quell'amaro in bocca.
Voglio stare assieme a lei. Voglio tranquillizzarla prima del grande giorno.
Scendo in cucina. Le do un bacio in fronte. È agitata. Mi mette in mano
un post-it e mi detta la lista della spesa. Mi ringrazia e si scusa del disturbo.
È che non è andata a scuola, per questo non sa scrivere.
Lo ripete sempre, a tutti, ogni volta che teme di non essersi espressa con chiarezza.
"Non so se capisci cosa intendo, è che non ho studiato mica io, sono
ignoranta, io". All'inizio mi faceva sorridere la prontezza con cui
ribadiva il suo pseudoanalfabetismo, poi ha iniziato a infastidirmi.
Non capisco perchè. Tira fuori dalla borsa un fiocco bianco.
Dice che domani dovrò metterlo sulla macchina per andare al
ricevimento. Dice che ne ha fatto fare uno per tutti i suoi ospiti, e
per ognuno del colore della macchina. Dice che non dovrò dire
che lei lavora a casa nostra ai suoi consuoceri, loro non sanno
che lei ha un lavoro. Dice che me lo ha già detto tante volte ma
che è importante che lo tenga bene a mente.
Dice che dovrò fingere di essere amica di famiglia.
Dice che non sa come si potrà fare col temporale, che dentro
non c'è spazio per tutti. Dice che questa pioggia potrebbe
rovinare tutto. Dice che dovrò essere elegante, perché sarà pieno
di gente importante. Dice che ora è bene che torni a fare i suoi
mestieri, che non è pagata per perder tempo e che allora sarebbe stato
meglio per mia madre tenersi quella negra che non era nemmeno buona a stirare una camicia.
Il sole oggi batte forte su Milano. Gli sposi escono dalla chiesa
in una tempesta di luce e di chicchi di riso. Il bouquet vola lento sopra
le teste degli invitati. Resto in disparte a guardare, non conosco nessuno.
La scena si svolge di fronte a me, sono vicinissima e lontana.
Voglio godermi lo spettacolo. È un incantesimo, il pomeriggio mondano in cui si fissa il senso di una vita tra un brindisi e una tartina al salmone.
Da oggi, per sempre. Mentre li guardo li ammiro. È per via del loro coraggio, il coraggio di tutti quelli che scelgono per sempre, il coraggio di chi sa prendersi un rischio grosso.
C'è chi dice che sposarsi fa comodo, che ci si sistema, non
sono d'accordo, ci vuole coraggio.
Un uomo adulto, corpulento, mi osserva dietro le lenti
specchiate degli occhiali da sole. Lo sento da ogni parte, mi disturba.
Eccola, finalmente la vedo, mentre corre agitata tra un ospite e l'altro.
Un alone di sudore segna la manica della giacchetta verde.
Mi porta dalla sposa, vuole presentarmi. Provo a dissuaderla: la sposa sta facendo la foto di famiglia, non è il momento adatto. Non c'è verso. Adesso è troppo eccitata, non ragiona.
La sposina è infastidita: mi porge una mano fredda, nervosa.
Provo vergogna, per me, per la sposa e per lei.
La vergogna è contagiosa, mi si appiccica addosso, anche quando è degli altri. Lo so che dovrei distinguere, che in fondo non mi riguarda.
Ma non mi va giù: prima la vedo difendere con i denti la dignità del figlio, per permettere che questo matrimonio abbia luogo proprio come piace a loro, senza rinunciare a nulla.
Poi non resiste, decide con un gesto cretino di umiliarsi , di frantumare un lavoro di mesi, costatole sonno, sudore, lucidità.
La villa "Il cigno": un prato all'inglese, i tavoli a ferro di cavallo, un pianoforte a coda.
Un vecchio in frack suona refrain triti di grandi successi italiani.
Non so cosa fare, lei non è ancora arrivata. Il figlio dice che si sono
persi lei e il marito, che non sono abituati a muoversi in macchina.
Gli occhiali a specchio mi seguono. Cerco il bagno tra gli sguardi severi
dei cardinali incorniciati ai muri. Esco e lei c'è.
Ci si sposta nella "zona cocktail" dietro il salice, l'aperitivo sta per esser servito. Mi presenta ai suoi parenti della Puglia, quattro uomini sui trenta, tra loro anche gli occhiali.
Dicono che sono carina, che mi hanno notato fin da subito. Mi giro e un attimo dopo la vedo, tra i camerieri in divisa a servire calici di champagne.
Il figlio è in imbarazzo. Provo imbarazzo per lei, per il figlio, per tutti quelli che capiscono. Un altro gesto insensato con cui umiliarsi, con cui tutto si frantuma.
La cena: otto portate che si annunciano su un cartoncino appoggiato
davanti al piatto.
Per iniziare millefoglie di bresaola e carpaccio d'ananas.
Le porzioni, minime naturalmente. A seguire altre raffinatezze simili
sempre e rigorosamente al centro di un piatto grande e bianco.
Tra una portata e l'altra gli sposi si prendono per mano e passano tra i tavoli.
Chiedono se abbiamo gradito. Quando mi avvicino a lei, seduta coi con suoceri mi presenta come la ragazza che dieci anni fa andava a curare. Mi mette in difficoltà, pensavo di dovermi fingere un'amica di famiglia. Ma non ce la fa a dire una bugia tutta intera, si ferma in tempo per ritoccarla. Ritiene sia comunque meglio baby-sitter che donna delle pulizie.
La musica nuziale rompe il chiacchiericcio. Due riflettori puntati sugli sposi che si sorridono dietro una torta enorme.
Due colombe si liberano dalle loro mani e prendono il volo
una accanto all'altra. Sullo sfondo i fuochi d'artificio.
Piove a dirotto. Ne approfitto per restare a casa, oggi. Mi rigiro nelle lenzuola di lino. Sento le chiavi che girano
nella serratura. Non la sento parlare però. Tutto, oggi, resta in silenzio.

