La quiete dopo la tempesta
di Raffaella Bianchi, II° livello - 28/02/2007
Tema: "La quiete dopo la tempesta" - 1° classificato
Spesso avevo pensato all'idea di poter morire. All'idea, non al fatto in quanto tale.
Credo che la morte mi abbia sfiorato più volte ma ero troppo giovane per accorgermene e soprattutto ero sola, senza figli. La mancanza di quel legame mi faceva sentire invulnerabile. Allora sognavo spesso di volare: nel sonno avevo imparato la tecnica. Se capitava che qualche malvagio mi inseguisse, cercando di strapparmi i vestiti, io cominciavo a correre e quando la velocità aumentava, trattenevo il respiro, sollevavo le gambe e via…il terreno, erba di solito, si allontanava insieme al feroce nemico. Una sensazione inebriante, condita da un lieve morso all'altezza dello stomaco. Esattamente quello che provo ad ogni decollo: l'aereo prende velocità, le ruote si staccano da terra, il corpo si inclina leggermente indietro e la schiena si incolla al sedile, accettando quella leggera, piacevole spinta di accelerazione. Sei lì, sospeso ma non ancora libero, prigioniero in un limbo, in un'intercapedine fra terra e cielo, fra corpo e spirito.
Il volo da Trivandrum per Dehli era partito in ritardo, ci avevano lasciato per oltre un'ora nella squallida sala d'attesa, immersi nel peggior buon odore che mi sia mai rimasto nelle narici: un misto di sudore, muffa e spezie. Nessuno dava notizie, si aspettava e basta. Dalla vetrata vedevo il cielo che mi ricordava la scenografia di una recita scolastica delle elementari, in cui mia figlia interpretava Cappuccetto Rosso nel bosco. Le maestre avevano realizzato un enorme pannello con la carta crespa, sovrapponendo vari colori tra il verde, il blu e il rosso.
Era un cielo accartocciato, gonfio, interrotto da lampi viola e turchesi che sembravano annunciare l'arrivo di una delle tante variopinte creature dell'olimpo indù. Credo che tutti avessimo lo stesso pensiero: sarebbe meglio rimandare il volo ma speriamo di riuscire a partire. Strano come si possa desiderare una cosa e il suo opposto, il risultato è una specie di paralisi: una sospensione da qualsiasi attività cerebrale. Avevo paura, ma pensavo anche che gli indiani sono abituati ad attraversare il monsone e che non possono sospendere tutti i voli per un oltre un mese.
La gente del Kerala ha una carnagione piuttosto scura e lineamenti abbastanza marcati. Hanno sguardi profondi e accoglienti, come quello della donna che sedeva accanto a me. Capivo che era curiosa e che avrebbe voluto osservarmi meglio, ma forse non voleva essere invadente e così dopo un breve accenno di sorriso, abbassò gli occhi mentre il viso si immergeva nel rosso rubino e nell'oro del suo sari.
In fondo, non mi spiaceva affatto avere a disposizione un'ora in più del previsto, mi sembrava quasi un regalo, un'occasione per fissare ancora meglio ricordi e colori.
"Vedrai, non sembra nemmeno di essere in India!"parola di Irene, la mia amica, ottima conoscitrice del Subcontinente e delle mie inquietudini. "Una settimana nel miglior centro ayurvedico del Kerala, vera madre di questa medicina alternativa, e la nebbia che avvolge la tua vita sarà dissipata". Invidiavo questa semplice e superficiale concretezza che distingueva Irene fin dalla prima liceo. Mi aveva salvata molte volte. Una voce metallica e intermittente annunciò che l'aereo era pronto e potevamo cominciare a salire: nessun accenno al terrificante panorama meteorologico che ci aspettava oltre il vetro. Mi resi conto di essere l'unica straniera, l'unica vestita con un pallido e insignificante bianco e beige in mezzo a tutte le possibili varianti di colore che si possano immaginare.
Il mio posto era circa a metà del velivolo, proprio in mezzo alla ragazza che mi aveva sorriso poco prima e a un signore con una faccia che sembrava scolpita da Michelangelo: lineamenti forti e equilibrati; barba e sopracciglia candide, sormontate da un turbante color lavanda, carnagione appena ambrata. Una spettacolare fila di denti abbaglianti,che mi diede il benvenuto come vicina di poltrona. Gli uomini con quel genere di copricapo sono di religione sikh e provengono da uno stato del nordovest: li chiamano i leoni del Punjab perché pare siano molto coraggiosi e fieri. Fu uno di loro ad assestare un proiettile nello stomaco di Indira Gandhi: era la sua guardia del corpo.
Gli scrosci d'acqua sulla carcassa dell'aereo erano così forti da impedirci di sentire la responsabile di cabina che recitava le solite raccomandazioni: meglio così, tanto ormai non era possibile tornare indietro! Da alcuni anni, nei casi di angoscia estrema, mettevo in pratica una tecnica autodidatta che riusciva almeno a deviare la mia attenzione dal problema: pensavo che il tempo della paura si poteva eliminare concentrandosi su quello immediatamente successivo. In fondo il tempo non esiste, è solo una dimensione interiore, basta non considerarla. Funzionava molto bene dal dentista quando capitava di dover affrontare interventi complicati. Oppure quando mia figlia rifiutava le mie carezze , scansando leggermente la testa per offrirmi uno sguardo vuoto ma pieno di gelido disprezzo. " Non farci caso, è l'età: pensa di non aver più bisogno di te. Si sente invincibile" mi consolava Irene, già passata attraverso il tunnel dell'indifferenza con le sue due gemelle. Invincibile…proprio come mi sentivo io prima di partorirla. Il cerchio si chiude, quasi sempre.
Ecco la solita sensazione del decollo: l'aereo si inclina , il carrello si ritrae e circa cinquanta indiani più un'italiana si avviano verso quello che penseranno essere il loro ultimo volo.
Pochi minuti e siamo quasi al buio: il rumore del motore si confonde con quello dei tuoni. Non so perché ma mi metto a contare a bassa voce e scopro che circa ogni 120 secondi un lampo illumina la cabina e diffonde una luce violacea sulle teste dei passeggeri. Stringo la cintura di sicurezza così tanto da far fatica a respirare e vedo che dopo due secondi i miei vicini fanno la stessa cosa. Abbiamo fatto bene perché l'aereo improvvisamente perde quota, facendoci balzare verso l'alto. Senza la cintura così serrata avremmo sbattuto la testa sul soffitto. Non so se si chiama così. Il cuore è arrivato in gola e le pulsazioni sono raddoppiate. Avevo già provato quella sensazione, alle giostre, sulle montagne russe, il primo pomeriggio con Giacomo, da fidanzati. Tre vite fa, forse quattro, ovvero tutte le volte che abbiamo tentato di ricominciare il nostro percorso, svuotando la valigia dei rancori, facendo una pulizia profonda che ci lasciava estenuati, senza più forza ma con la sensazione di farcela. Credo di essermi sposata molte volte, sempre con lo stesso uomo. Per anni il mio coriaceo ottimismo non aveva voluto arrendersi di fronte a bugie, tradimenti, indifferenza. Nel momento più difficile accadeva qualcosa che ribaltava l'evidenza, trasformandola in nuova opportunità. Una volta era stata una proposta di lavoro per Giacomo che ci aveva portato a vivere per due anni a Londra,la città più bella del mondo. Poi, alla soglia dell'ennesima decisione di divorzio, io ero rimasta incinta, a 45 anni, dieci anni dopo la nascita di nostra figlia. Un miracolo, una possibile soluzione, nemmeno cercata. Si ricominciava ma con qualcosa che veniva da fuori. Dopo l'entusiasmo britannico, riapparvero le nebbie di Milano e il nuovo piccolo embrione decise di non crescere e abbandonarci al nostro destino: gli indiani lo chiamano kharma. Ognuno ha il suo, non si può far nulla per cambiare le cose, anzi solo accettando fino in fondo quello che gli dei hanno deciso, si può sperare di guadagnare qualche punto in più per la vita successiva. Stavo cominciando a pensare come sarebbe stata la mia vita successiva, quando sentii un rumore di denti che sbattevano: mi dava i brividi quel suono, più dei fulmini e dei vuoti d'aria. La ragazza vestita di rosso e oro aveva perso il controllo: singhiozzava, pregava (scoprii che era cattolica, come molta gente del Kerala) e lasciava che le sue mandibole si schiantassero l'una contro l'altra. Senza rendermene conto , presi la sua mano rigida e ghiacciata, e la strinsi forte. L'uomo con il turbante viola allungò il braccio e pose la mano destra sulle nostre: pensai a una pietra tombale o a una lapide. Mi guardò con il suo sguardo di velluto e disse in inglese: che Dio vi benedica! Quale Dio? Ma io ci avevo mai creduto? Quando mi capitava di pregare mi rivolgevo a mio padre, a un'adorata zia, alla suocera che non avevo mai conosciuto , alla mia gatta nera, fedele compagna per vent'anni…arrivavo a Dio attraverso di loro. Creature amate, desiderate, a volte anche negate ma reali per la concretezza di cui ha bisogno il ricordo. Strano , nella valle di lacrime e strilli in cui si era ormai trasformato l'aereo, io ero come "rimandata", spostata in un altro tempo, quello successivo forse. La mia tecnica stava funzionando.
Improvvisamente sentii che mia figlia aveva ricominciato a sorridermi e a cercare le mie carezze. Il sottile dolore che accompagnava ogni pensiero rivolto a Giacomo era scomparso. Riuscivo a percepire la nostra diversità senza soffrirne. Osservavo il suo essere come fa un entomologo sezionando i suoi insetti e capivo che ce l'avrei fatta, comunque, con o senza di lui.
Oltre i miei pensieri, l'aereo si era stabilizzato, la massa plumbea fuori dai finestrini era scomparsa e la voce della hostess diceva che la perturbazione era ormai dietro di noi.
Pensai chi potevo ringraziare, e decisi per Visnu, Shiva, Dio, mio padre e Lucy, la gatta preferita.

