Tutto in una notte (o La fuga degli elefanti)
di Roberta Verde, I° livello - 28/02/2007
Tema: "Tutto in una notte" - 3° classificato
La signora Agnes stava immobile, la mano sospesa a mezz'aria.
Aveva già sbagliato una volta e non voleva chiedere altra carta, essere costretta a fornire spiegazioni.
Sistemò la minuscola lampadina da viaggio, chiuse gli occhi, cercò le parole giuste per cominciare.
Oltre la porta riconobbe i rumori consueti di fine giornata: il fruscio discreto delle pantofole di feltro e l'eco degli zoccoli di legno lungo il corridoio; il tintinnio di un cucchiaino contro il bordo del bicchiere; imposte che venivano accostate; voci stanche che auguravano la buona notte ad altre voci già piene di sonno.
D'un tratto sorrise soddisfatta, e iniziò a scrivere.
Dalla finestra della camera di Julia si vede bene il cancello, quando l'aria è limpida. E quella notte tirava un forte vento e la luna piena era insolitamente luminosa; il cielo era terso, metallico. Eravamo sole in casa, io e la bambina; mio marito era all'estero per lavoro.
Sentii in lontananza colpi soffocati, e un cigolio sordo, come lo stridere di un'inferriata che venisse ripetutamente aperta e si richiudesse sbattendo. Non volevo darvi importanza, ma nella quiete notturna quel rumore continuo mi innervosiva e mi teneva sveglia.
Andai alla finestra: i cipressi lungo la provinciale erano piegati dal vento che soffiava verso la campagna. L'isolato era più tranquillo del solito, essendo agosto inoltrato. Poi la luna fu coperta da una nuvola solitaria, la cui ombra strisciò silenziosa sull'erba e avvolse ogni cosa; la stanza piombò nel buio più cupo e inquietante. Attesi, con un senso di disagio, che il cielo fosse di nuovo sgombro e tornai a guardare fuori; vidi un uomo camminare in strada con passo greve, strascicato. Poi un altro, e altri ancora.
Nonostante la luna ne delineasse perfettamente le sagome, non c'era luce a sufficienza da capire chi fossero. Rimasi interdetta. Chissà da dove venivano e che cosa facevano in giro a quell'ora. C'era qualcosa di strano in loro, un che di rigido nei movimenti, e di goffo, come se avessero percorso molta strada.
Un gruppo si assiepò sulla soglia di una casa poco distante. Cercavano di entrare, ammassandosi contro ogni apertura, quasi a voler far cedere porte e finestre sotto il peso dei loro corpi. Dall'interno un grido di donna squarciò il cielo notturno, ma il vento, nella sua corsa verso le colline, ne disperse immediatamente l'eco. Sobbalzai, sopraffatta da un senso di irrealtà.. Forse non l'avevo sentito davvero, quell'urlo, forse me l'ero sognato. Era mia quella voce?
Gli uomini, laggiù, non si erano minimamente scomposti. Ne stavano arrivando a frotte, si erano sparsi per tutto l'isolato, sulle strade, nei prati. Con terrore ne individuai un paio a pochi metri dal mio steccato. Chiamai la polizia. Il telefono squillava, ma nessuno rispose. Il segnale libero mi riempì di angoscia.
Non c'era tempo da perdere. La porta d'ingresso era blindata, ma le finestre? Rimbalzai dall'una all'altra, a chiudere persiane, vetri, imposte. Li sentii ansimare dietro la porta e il cuore mi balzò in gola.
Corsi al piano di sopra, la camera della bambina era chiusa, non giungevano rumori dall'interno, per fortuna non si era svegliata.
Il giardino ora ne era pieno. Tornai a comporre il numero della polizia e attesi mentre ne controllavo i movimenti. Adesso erano abbastanza vicini da poterli osservare bene, e mentre li guardavo capii. Fu come un corto circuito, una silenziosa esplosione. Mi sentii sprofondare e mi aggrappai al comò per non perdere l'equilibrio; la stanza fluttuava intorno a me. Tornai a guardare fuori, inebetita; mi rifiutavo di crederci, eppure non potevo sbagliarmi.
Ripercorsi con lo sguardo il cammino che avevano fatto. Ripensai a quel suono di cancello sbattuto. Non era lontano quel cancello, il vento ne aveva allontanato la voce, il vento che fuggiva dal paese. Ne arrivavano ancora, tutti dalla stessa direzione, tutti dalla campagna, e in quella direzione, ad appena due chilometri dall'abitato si trovava...
.... il cimitero!!
La luce argentea della luna ora inondava il vialetto e rendeva ancora più spaventosi quegli esseri raccapriccianti, le pelli grigiastre, i radi capelli scarmigliati, gli occhi vacui e spenti. I loro corpi sgraziati si muovevano con incerta ma inarrestabile lentezza; avevano bocche come caverne vuote e pochi denti anneriti su gengive troppo esangui. I vestiti gli cadevano da tutte le parti, come stracci su uno spaventapasseri; vestiti logori, sformati, corrosi dal tempo.
Uno spettacolo orribile.
Mi scosse un rumore di vetri in frantumi.
Mi ricordai solo allora del garage, da quelle scale potevano facilmente entrare in casa. Mi guardai intorno, alla ricerca di qualcosa per difendermi: il vecchio candelabro d'ottone della mia mamma era pesante a sufficienza, lo afferrai e scesi.
La chiave della porta sulle scale era all'esterno: sollevai il candelabro sopra la testa e con l'altra mano la aprii di scatto: cercai la chiave, richiusi. Ma non si chiudeva. Uno di quei mostri era riuscito a infilare un piede nel vano. La aprii di nuovo e la sbattei con forza. Sentii un gemito, ma il piede non si mosse. Un paio di mani scheletriche strisciarono verso di me; potevo vedervi attraverso, da quanto era diafana la pelle. Infilai il braccio dietro la porta e cominciai a colpire con il candelabro, alla cieca, finché non le vidi sparire. Chiusi a chiave, senza fiato.
Corsi di sopra e richiamai la polizia. Finalmente qualcuno rispose, ma non riuscii a parlare, mi salivano in gola singhiozzi isterici, mentre dall'altro capo mi facevano domande che non capivo.
Il prato brulicava di quegli esseri.
La voce nella cornetta mi chiese il nome, glielo dissi; me lo fece ripetere più volte; le mie parole si trasformavano in suoni striduli, incomprensibili. Singhiozzavo.
E poi mi sentii morire.
Julia, la mia bambina, era in giardino!
Correva, piccola e indifesa, in mezzo a quell'inferno. I mostri cercavano di fermarla, allungando le loro sporche dita secche, e lei sgattaiolava tra quegli artigli senza paura. Correva verso qualcosa che non vedevo. Mi precipitai in suo soccorso; scesi le scale di volata, appena in tempo per vederla tornare, trascinando per mano uno di quegli esseri abominevoli.
Un grido di terrore mi si spense tra i denti:
quell'uomo era mio padre.
Pietrificata dallo stupore guardai Julia condurlo in salotto, farlo sedere sulla poltrona e arrampicarsi sulle sue ginocchia. Allora mi accorsi che nessuno si avventurava più dentro casa; qualcuno si affacciava sulla soglia, faceva un cenno di saluto e se ne andava.
Allora, solo allora, capii. Tornai lentamente di sopra, mi affacciai alla finestra della cameretta di Julia.
È da lì che si vede il cancello. Il cancello della casa di riposo.
È quello l'ultimo edificio che si incontra uscendo dal paese.
È da lì che erano scappati, tutti quei vecchi.
Agnes si fermò per riposare la mano indolenzita. Era stanca, ma contenta. Aveva realizzato un sogno: il suo primo racconto, la sua protesta indignata per tutti gli anni che aveva vissuto rinchiusa in quell'ospizio fatiscente, a rimpiangere la casa in cui era stata madre e moglie felice, tanti anni prima. L'avrebbe inviato l'indomani al giornale locale, sperando di fare scalpore, pregando che un'eco di quello scalpore giungesse alle orecchie di sua figlia Julia. Ma la notte era quasi interamente trascorsa e ancora mancava il finale. Chiuse gli occhi; tornò a cullarsi nei ricordi lasciando la mente libera di inseguire le visioni che ne scaturivano.
Quando arrivò la polizia albeggiava. I vecchi erano scomparsi senza lasciare traccia. I poliziotti mi interrogarono, increduli, scambiandosi lunghe occhiate d'intesa. Per tranquillizzarmi perquisirono la casa. Fu così che trovarono il cadavere, in cima alle scale.
Mi ci volle un'eternità per comprendere e ricordare. Non ho mai avuto intenzione di ammazzare nessuno, io. Ero solo atterrita e fuori di me. E in ogni caso pensavo fossero già morti, quelli.
Lo so che sembra assurdo, e nessuno ha voluto credermi, al processo. Ma l'avvocato dice che se trovassi anche un solo testimone, anche uno solo, che confermasse la mia deposizione....
Agnes rilesse più volte le ultime righe. La storia le aveva preso la mano; non si riconosceva in quel finale, ne era turbata. Avrebbe dovuto riscriverlo, ma ora era tardi e doveva mettersi a letto, se non voleva farsi scoprire. Un po' per orgoglio e un po' per gelosia aggiunse in calce il suo nome e cognome, e la data.
Fuori ripresero i rumori soliti di ogni nuovo giorno: una porta in lontananza si aprì per richiudersi con un tonfo sordo; passi pesanti si avvicinavano lentamente lungo il corridoio. Seguì un tintinnio di chiavi, un clangore metallico; lo stridere fastidioso di cardini semiarrugginiti. Da qualche parte era scoppiata una lite di cui la raggiungevano le voci rauche e sguaiate. I passi erano sempre più vicini, venivano verso di lei. In fretta e furia nascose i fogli e si infilò in branda. Appena in tempo: la secondina stava già entrando, ma per fortuna non si accorse di niente.