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Tutto in una notte

di Maria Vaghi, I° livello - 28/02/2007

Tema: "Tutto in una notte" - 2° classificato

Si starà girando e rigirando in quel letto d'ospedale grande la metà del nostro. Si sarà già alzato un paio di volte. Avrà incrociato l'infermiera con la divisa bianca, gli zoccoli bucherellati e qualche flebo in mano, desiderando per sé le medicine destinate agli operati del giorno. A lui invece toccherà tutto domani.
Sono stanchissima ma non riesco a dormire. Avrei voglia di scivolare sotto le coperte di mio figlio ma lo sveglierei.
Mi rendo conto di aver preso sonno solo quando sento suonare il cellulare. Sono le 2 ma non mi spavento, l'avevo lasciato acceso di proposito, immaginando che mio marito avrebbe chiamato, non ce l'avrebbe fatta da solo. Ha le sue debolezze, è un emotivo e questo è il nostro segreto: lui alto quasi 2 metri e bello come il sole, io solo uno scricciolo che lascia credere a tutti di avere una roccia accanto, mentre lui è il mio gigante di sabbia. Avrei dovuto stare con lui fin dalla sera, lo avevo proposto all'infermiera montata per il turno ma lei non aveva voluto. Quando rispondo è proprio lei che mi chiede di andare. Sento il tono accondiscendente, probabilmente teme che la rimbrotti. Non faccio scenate, un po' perché sono impastata dal sonno, un po' perché detesto che gli altri lo facciano con me, quindi le dico solo che sto arrivando.
Nel corridoio del reparto trovo il medico di guardia che avevo conosciuto la sera stessa. Mi riconosce anche lui, viene verso di me ma anziché accompagnarmi verso la camera 16 si mette a parlare tenendomi lì ferma impalata. È già tardi e so che prima di riuscire a dormire dovrò ascoltare mio marito che mi chiederà 100 volte scusa per avermi fatto correre. Alla fine mi rimarranno un paio d'ore per provare a fare un pisolino sulla poltrona. Quando decido di muovermi sperando che anche il medico lo faccia, lui mi afferra per un braccio. Le sue parole da carezze diventano schiaffi e quando, girato l'angolo, vedo un sacco di gente davanti alla porta della stanza, so già che mio marito non è più lì, si è gettato dalla finestra e ora è a brandelli sull'asfalto del cortile.
Lo schianto fragoroso che avrà fatto lui ora esplode anche in me come fosse necessario per liberare ogni spazio dentro il mio corpo e permettermi di provare il vuoto assoluto. Senza fiato, rimbombo.
Da fuori sembro immobile ma nella mia testa flash accecanti sbattono da un angolo all'altro, immagini diverse si urtano e mi urtano, parlandomi di cose vecchie e nuove e di altre non lecite da pensare in un momento così. È sempre lo stesso infinitesimo istante e nelle mie gambe i muscoli si dissolvono e lo stomaco si mette al contrario dandomi una vertigine pesantissima. Mi fanno sedere. Guardo la bocca del dottore che si muove ma le sue parole, quelle di prima, anziché sentirle avrei voluto vederle, per non lasciarmele camminare sul collo e afferrarle prima che mi arrivassero alle orecchie. Eppure, lo stesso, voglio informazioni, tutte. Mi servono anche se sono dati senza potere, perché un fatto che accade e si deposita nel tempo diventa immutabile. Mi viene in mente il film dove tornavano indietro negli anni. Che cazzo c'entra? Come posso pensare ora a un film divertente? Così mi immergo ancora in questo mio nuovo fango che ha già qualche secondo di vita ormai e riparto da lì. Sono sempre immobile per gli altri da fuori ma impegnata in realtà a destinare ogni mio segmento a qualche tipo di ascolto: un orecchio a ciò che il dottore va avanti a spiegarmi, l'altro orecchio ad accorgermi che un'infermiera ha delle cose da dirmi, gli occhi a notare il compagno di stanza rintanato in un angolo mentre il resto del mio corpo è terribilmente attratto dal buio. Corro allora verso la finestra dalla quale mi sporgo. Vengo trattenuta a forza avendo fatto pensare chissà cosa, ma io in quel momento ho solo il bisogno morboso di vederlo sull'asfalto. Devo ridisegnare la traiettoria del suo corpo che anziché continuare a scendere nel vuoto, come accadeva ogni giorno con noi, ha trovato un cortile a fermarlo, nero come il buio ma non senza fondo. Finalmente mi lasciano guardare giù. Ci sono un sacco di luci accese, mi aspetto di vedere pezzi di lui ma è già stato portato via, anche da lì, e solo ne vedo un'ultima traccia: un addetto dell'ospedale con la canna dell'acqua sta spruzzando sulle macchie di sangue convogliandole verso il tombino. Quanto era quel sangue? Era il sangue di un graffio? Era un litro? Due? Due litri di sangue sono necessari per la vita di un uomo, quindi quello era un pezzo di mio marito e lui lo sta lavando via, lo sta spingendo giù per un tombino.
Ora si è attutito il rumore dell'esplosione in me, si è interrotto il rumore dell'acqua di sotto, si sono spente delle urla che credo fossero le mie, uscite senza comando, impegnata com'ero ad ascoltare le luci che sbattevano nel mio cervello, a toccare muscoli che non c'erano e a sentire il sapore dello stomaco che si girava. Mi ritraggo dalla finestra. Non c'è più nulla da vedere, i rivoli di sangue che si inabissano nella fogna mi scorrono sugli occhi senza bisogno di guardare giù. Solo allora sento il dottore dirmi che possiamo andare alla camera mortuaria. Quando arriviamo a piano terreno ripassiamo per lo stesso corridoio freddo da dove ero entrata poco prima e che costeggia quella parte di cortile dove lui è caduto.
Penso agli innamorati di tutto il mondo e mi fanno pena, penso a quando si confessano ipotetiche capacità nel percepire l'energia dell'altro. Puttanate, tutte e sole. Io camminavo a pochi metri dai pezzi di mio marito morto e pensavo che mi ero scordata di passare in tintoria. Non avevo fatto caso alle luci di troppo che entravano dai finestroni, anche se ora, sì, le ritrovo come strane nella testa; alle persone, anch'esse troppe per quell'ora tarda tutte insieme lì.
Mio marito si era ucciso. Cos'aveva dentro? Se fossi uscita dal corridoio l'avrei visto com'era fatto dentro. Cosa avrei cercato? Quanto dentro sarei dovuta andare? Mi sarei diretta alla testa, al cuore, alla pancia? Avrei ficcato le mani da qualche parte? Cosa si era spaccato di lui? Mi facevo schifo perché avrei voluto chiederlo al dottore e l'avrei fatto se non avessi saputo di stare per vedere con i miei stessi occhi.
Il medico mi prepara a ciò che sarà e poi mi mostra appena il viso sotto il lenzuolo. Dopo qualche minuto prova a spiegarmi le possibili ragioni del gesto, la paura di una malattia e la sensazione di totale impotenza. È in quel momento che riesco a ritrovarmi. Fino ad allora mi si erano attaccate parole e immagini senza che io riuscissi a vestirle della mia reazione. Ora mi consolo di aver riparato un corto circuito, ma quello che torno a decifrare di me è più inquietante che non avere corrente. Mi rendo conto di ciò che provo: sono incazzata nera. Non capisco il suo gesto e mi fa orrore pensare che nulla, e dopo l'ultimo nulla, nemmeno suo figlio, lo avesse convinto a scendere dal trampolino.
Esco dalla camera mortuaria, non sopporto più di respirarne l'aria. Nessuno respira profondamente in un obitorio anche se non lo dice, nessuno lo fa perché c'è la sensazione di respirare la morte. Inalare un morto, non lo voglio fare, nonostante si tratti di mio marito.
Mentre risaliamo chiamo il fratello, gli dico di venire subito in ospedale. Senza aspettare commenti chiudo la comunicazione e spengo il telefono. Si preoccuperà, che terribile guaio. Penserà al peggio, avrebbe ragione di scommetterci. Arriverà qui col cuore in gola, chissà se anche il fratello l'ha sentito battere all'ultimo tuffo. Ho bisogno di stare un po' da sola. Mi siedo sulle poltroncine di fronte all'ascensore in attesa di mio cognato. Sono stata una stupida, ho creduto di non poter infliggere a mio marito la sofferenza di una separazione e così, da 9 anni, mi suicidavo giorno dopo giorno senza un rumore e mi sacrificavo per badare a lui, il mio secondo bambino. Il mio primo figlio invece, grazie a noi, sarebbe diventato un uomo diffidente. Sua madre non aveva fatto nulla per impedirgli di andare a letto con l'orso come ogni sera, gli aveva augurato sogni d'oro mentre stava per schiacciarlo sotto un fardello di piombo. Avrebbe dovuto metterlo in guardia, farglielo capire che l'inganno più imprevedibile glielo stava giocando papà.
Mio figlio mi commuove con la sua esistenza, col suo respiro mentre dorme, e le lacrime che ho solo per lui sono la prima cosa calda che sento in questa notte. Si aprono le porte, c'è mio cognato. Gli dico tutto e lo ricevo, sì, mentre mi si butta addosso e mi abbraccia forte. Lui e mia cognata hanno bisogno di questo, così lascio stringere il mio corpo a chi lo vuole. Sono le 5, vado a sentire l'infermiera che cerca di parlarmi già da un po'. Mi dice che lei c'era e ha cercato di fermarlo. Quando l'ha visto salire sulla sedia, vicino alla finestra spalancata, l'ha chiamato e lui, già con un piede quasi fuori, si è girato per un istante, come un fuggiasco braccato dalla vita, per poi rivoltarsi di nuovo verso il buio e tuffarsi. Senza che io glielo chieda mi dice che non sa se abbia urlato, perché lei l'ha fatto e le sue urla possono aver coperto quelle di mio marito. L'ascolto e alla fine anche a lei serve schiacciare il mio corpo tra le sue braccia. Sono le 5 e mezza, chiamo mia madre che è a casa col piccolo e le dico che sto per tornare. Non ne posso più. Aspetto i miei parenti che sono andati all'obitorio. Finalmente li vedo e dico che voglio andare a casa per parlare a mia madre e poi, quando sarò distrutta al punto di crollare, dovrò dire a mio figlio che, durante una notte in cui nessuno l'aveva avvisato, suo padre è morto.
Insistono per accompagnarmi ma voglio uscire da sola. Mi chiudo nell'abitacolo dell'auto e, nascosta dagli ultimi scampoli di buio e su una strada ancora senza macchine, mi permetto anch'io la libertà di una reazione e inveisco a squarcia gola contro mio marito. Quando arrivo, mia madre mi aspetta dietro la finestra. È ormai quasi giorno e, mentre salgo, penso che vorrei fermarmi per sempre sulla soglia, continuando a sentire all'infinito il rumore della chiave in quella porta che sarà impossibile non far aprire su di me.

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